Alla Scuola platonica di Atene del V sec. d. C., Siriano, Ermia e Proclo, sviluppando degli spunti e un approccio propri di Plotino, intesero la considerazione della dialettica come un ambito nel quale le autorità di Platone e Aristotele non dovessero essere conciliate quanto piuttosto messe a confronto in modo anche polemico. Platone ottiene – com’era da aspettarsi – la palma della vittoria, poiché la sua dialettica appare più completa e formatrice di quella di Aristotele. Infatti se la dialettica del secondo si limitava, ai loro occhi, a un insieme di regole argomentative, prive di contenuto specifico, tale da costituire un apprendimento tecnico tutto sommato facile, nonché utile essenzialmente nelle dispute eristiche, invece la dialettica del primo, sempre formalmente corretta, appariva come studio degli enti, e in particolare degli enti più alti, sfociando nell’attingimento dell’Uno/Bene. Per tale motivo la dialettica platonica era sentita come portatrice di una funzione salvifica verso gli esseri umani e, non a caso, veniva ripetutamente descritta come un dono degli dèi, o - più tecnicamente - come un prodotto dell’Intelletto. La dialettica platonica, quindi, non poteva in alcun modo essere mero strumento della filosofia, ma ne costituiva la parte più nobile. Restava da fare, in modo specifico rispetto all’interpretazione psicologico-teologica del Cratilo da parte di Proclo, tutto un lavoro di adattamento dei singoli nomi all’esercizio di una tale dialettica e dei sui quattro procedimenti di divisione, di definizione, di dimostrazione e di analisi. Proclo fa così appello a un valore dei verità dei singoli nomi (enunciato in un passo per noi problematico del dialogo platonico) per cui essi sono equiparati a degli enunciati e propone, non senza qualche difficoltà, la sostituzione di un enunciato di definizione con un nome definitorio, quindi sottolinea l’apporto preliminare di un nome in sede argomentativa al fine di formulare delle dimostrazioni, analisi e divisioni. Anche Ermia ci testimonia di qualcosa di simile. In definitiva un filo rosso si può tracciare da Plotino a Siriano, Ermia e Proclo nel considerare la dialettica come il fastigio di tutte le scienze e, al tempo stesso, nel rigettare polemicamente un’accezione della dialettica di origine aristotelica sentita come molto impoverente. Questo a sua volta costituisce un episodio, a nostro avviso significativo, della sopravvivenza nel platonismo post-plotiniano di un atteggiamento critico verso Aristotele di contro a un atteggiamento, a torto considerato dilagante, di un concordismo tra Platone e Aristotele. Infine ciò è anche un episodio importante di una rilettura dei dialoghi platonici non in senso tecnico bensì metafisico.

Platonismo e aristotelismo a confronto sulla dialettica nel prologo degli "Scoli" di Proclo al "Cratilo: riprese plotiniane e punti di convergenza con Siriano ed Ermia alla scuola platonica di Atene nel V sec. d. C.

LONGO, ANGELA
2015

Abstract

Alla Scuola platonica di Atene del V sec. d. C., Siriano, Ermia e Proclo, sviluppando degli spunti e un approccio propri di Plotino, intesero la considerazione della dialettica come un ambito nel quale le autorità di Platone e Aristotele non dovessero essere conciliate quanto piuttosto messe a confronto in modo anche polemico. Platone ottiene – com’era da aspettarsi – la palma della vittoria, poiché la sua dialettica appare più completa e formatrice di quella di Aristotele. Infatti se la dialettica del secondo si limitava, ai loro occhi, a un insieme di regole argomentative, prive di contenuto specifico, tale da costituire un apprendimento tecnico tutto sommato facile, nonché utile essenzialmente nelle dispute eristiche, invece la dialettica del primo, sempre formalmente corretta, appariva come studio degli enti, e in particolare degli enti più alti, sfociando nell’attingimento dell’Uno/Bene. Per tale motivo la dialettica platonica era sentita come portatrice di una funzione salvifica verso gli esseri umani e, non a caso, veniva ripetutamente descritta come un dono degli dèi, o - più tecnicamente - come un prodotto dell’Intelletto. La dialettica platonica, quindi, non poteva in alcun modo essere mero strumento della filosofia, ma ne costituiva la parte più nobile. Restava da fare, in modo specifico rispetto all’interpretazione psicologico-teologica del Cratilo da parte di Proclo, tutto un lavoro di adattamento dei singoli nomi all’esercizio di una tale dialettica e dei sui quattro procedimenti di divisione, di definizione, di dimostrazione e di analisi. Proclo fa così appello a un valore dei verità dei singoli nomi (enunciato in un passo per noi problematico del dialogo platonico) per cui essi sono equiparati a degli enunciati e propone, non senza qualche difficoltà, la sostituzione di un enunciato di definizione con un nome definitorio, quindi sottolinea l’apporto preliminare di un nome in sede argomentativa al fine di formulare delle dimostrazioni, analisi e divisioni. Anche Ermia ci testimonia di qualcosa di simile. In definitiva un filo rosso si può tracciare da Plotino a Siriano, Ermia e Proclo nel considerare la dialettica come il fastigio di tutte le scienze e, al tempo stesso, nel rigettare polemicamente un’accezione della dialettica di origine aristotelica sentita come molto impoverente. Questo a sua volta costituisce un episodio, a nostro avviso significativo, della sopravvivenza nel platonismo post-plotiniano di un atteggiamento critico verso Aristotele di contro a un atteggiamento, a torto considerato dilagante, di un concordismo tra Platone e Aristotele. Infine ciò è anche un episodio importante di una rilettura dei dialoghi platonici non in senso tecnico bensì metafisico.
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