La gestione delle fasi post-sisma, adottate all’indomani del sisma del 6 aprile 2009 che ha colpito la città dell’Aquila, continuano ancora oggi, a 10 anni di distanza, a manifestare diverse criticità circa l’organizzazione e l’assetto odierno del sistema insediativo. Un assetto che, sotto molti punti di vista, appariva già inefficiente anche a causa dei diversi impianti urbani irrazionali formatisi nei decenni precedenti privi di una regia urbanistica di fondo. Nell’immediata fase post-sisma, la scelta localizzativa dei primi interventi ad iniziativa pubblica, ovvero dei progetti C.A.S.E. e dei complessi M.A.P. e M.U.S.P., di fatto non ha interessato nessuna delle aree a destinazione prettamente urbana individuate dal piano regolatore del 1975 (attualmente ancora vigente) disperdendo ulteriormente la barra urbana cittadina sul vasto territorio comunale con effetti deleteri sulla mobilità e sulla sua sostenibilità ambientale. Tutto ciò causato anche dalla carenza di in-formazioni digitali che avrebbero potuto essere fondamentali nelle prime fasi della gestione dell’emergenza e nelle scelte di distribuzione di questi interventi; nonché dall’assenza di uno strumento unico e flessibile per la gestione dell’emergenza che invece ha seguito un approccio tradizionale legato ai procedimenti istruttori classici anche a causa del fatto che il Piano di Ricostruzione (L. 77/2009) è uno strumento programmatico e non urbanistico. Unitamente a ciò, le D.C.C. n.ro 57 e 58 innescano dinamiche insediative di iniziativa privata che si esauriscono nel giro di pochi anni ma che aggravano ulteriormente le problematiche gestionali territoriali. Tali delibere sembrano far riemergere in città alcune logiche speculative legate all’industria delle costruzioni, che avevano caratterizzato fortemente i de-cenni precedenti, considerando che vengono realizzati qualche migliaio di nuovi edifici (solo un terzo dei quali autorizzato) con forte impronta dispersiva ed assenza totale di un disegno urbanistico. Ad aggravare la situazione la constatazione che tali involucri edilizi non hanno nulla di temporaneo dato che tutti sono costruiti su piastre in calcestruzzo. Inoltre, la mancanza di una piena consapevolezza e percezione del rischio da parte della componente sociale ha generato una sostanziale indifferenza localizzativa rispetto alla molteplicità dei pericoli naturali aumentando così la loro esposizione al rischio. L’azione estrema di duplicazione e sostituzione edilizia ha portato la città ad avere oggi un enorme stock edilizio a fronte sia dell’effettivo carico demografico che delle reali prospettive di acquisizione di rango funzionale penalizzate anche dalla posizione sfavorevole di area interna. Il lavoro quindi descrive e analizza tali dinamiche urbane che hanno sconvolto il territorio della città dell’Aquila in questi 10 anni dal sisma, anche alla luce della mancanza di una vera e propria politica di programmazione e pianificazione relativa alle emergenze.

L’effetto delle politiche emergenziali sull’odierno assetto della città dell’Aquila.

Marucci A.;Fiorini L.;Zullo F.
2020

Abstract

La gestione delle fasi post-sisma, adottate all’indomani del sisma del 6 aprile 2009 che ha colpito la città dell’Aquila, continuano ancora oggi, a 10 anni di distanza, a manifestare diverse criticità circa l’organizzazione e l’assetto odierno del sistema insediativo. Un assetto che, sotto molti punti di vista, appariva già inefficiente anche a causa dei diversi impianti urbani irrazionali formatisi nei decenni precedenti privi di una regia urbanistica di fondo. Nell’immediata fase post-sisma, la scelta localizzativa dei primi interventi ad iniziativa pubblica, ovvero dei progetti C.A.S.E. e dei complessi M.A.P. e M.U.S.P., di fatto non ha interessato nessuna delle aree a destinazione prettamente urbana individuate dal piano regolatore del 1975 (attualmente ancora vigente) disperdendo ulteriormente la barra urbana cittadina sul vasto territorio comunale con effetti deleteri sulla mobilità e sulla sua sostenibilità ambientale. Tutto ciò causato anche dalla carenza di in-formazioni digitali che avrebbero potuto essere fondamentali nelle prime fasi della gestione dell’emergenza e nelle scelte di distribuzione di questi interventi; nonché dall’assenza di uno strumento unico e flessibile per la gestione dell’emergenza che invece ha seguito un approccio tradizionale legato ai procedimenti istruttori classici anche a causa del fatto che il Piano di Ricostruzione (L. 77/2009) è uno strumento programmatico e non urbanistico. Unitamente a ciò, le D.C.C. n.ro 57 e 58 innescano dinamiche insediative di iniziativa privata che si esauriscono nel giro di pochi anni ma che aggravano ulteriormente le problematiche gestionali territoriali. Tali delibere sembrano far riemergere in città alcune logiche speculative legate all’industria delle costruzioni, che avevano caratterizzato fortemente i de-cenni precedenti, considerando che vengono realizzati qualche migliaio di nuovi edifici (solo un terzo dei quali autorizzato) con forte impronta dispersiva ed assenza totale di un disegno urbanistico. Ad aggravare la situazione la constatazione che tali involucri edilizi non hanno nulla di temporaneo dato che tutti sono costruiti su piastre in calcestruzzo. Inoltre, la mancanza di una piena consapevolezza e percezione del rischio da parte della componente sociale ha generato una sostanziale indifferenza localizzativa rispetto alla molteplicità dei pericoli naturali aumentando così la loro esposizione al rischio. L’azione estrema di duplicazione e sostituzione edilizia ha portato la città ad avere oggi un enorme stock edilizio a fronte sia dell’effettivo carico demografico che delle reali prospettive di acquisizione di rango funzionale penalizzate anche dalla posizione sfavorevole di area interna. Il lavoro quindi descrive e analizza tali dinamiche urbane che hanno sconvolto il territorio della città dell’Aquila in questi 10 anni dal sisma, anche alla luce della mancanza di una vera e propria politica di programmazione e pianificazione relativa alle emergenze.
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