L'immagine dell'Abruzzo quale territorio fragile è associata a diversi aspetti, come la pericolosità sismica, tornata all'attenzione con il devastante terremoto dell'Aquila del 2009, il rischio idrogeologico e, più generalmente, la geografia aspra e ostile, in particolare, dell'entroterra. Studi e interpretazioni delle trasformazioni territoriali e urbane avvenute nella Regione, tuttavia, suggeriscono una lettura di tale fragilità anche come caratteristica peculiare, e a tratti identitaria, del luogo, divenuta, in taluni casi, un attivatore di architettura nei processi di ricostruzione avviati, in particolare, dopo gli eventi tellurici. Ne è esempio il piccolo centro di Frattura, l'unica frazione del comune di Scanno (L'Aquila), nell'alta valle del Sagittario, che anche nel nome evoca la fragilità del sito, già in epoca preistorica oggetto di fenomeni sismici che causarono la formazione del vicino lago. Quasi totalmente distrutto dal terremoto del 1706, il paese fu ricostruito una prima volta "com'era e dov'era", nello stesso territorio, soggetto a rischio idrogeologico, poi definitivamente abbandonato dopo il sisma del 1915 e ricostruito negli anni Trenta in un'area scelta dagli abitanti, non distante dai rispettivi fondi agricoli. Dai terremoti alla grande emigrazione dei residenti, iniziata dopo il 1915 e proseguita dagli anni Sessanta fino ai giorni nostri, Frattura costituisce un esempio particolarmente significativo per processi di trasformazione, insediativi e sociali, che hanno interessato molti dei fragili centri minori abruzzesi, ciclicamente esposti a calamità naturali, in particolare, di natura sismica, e a processi di spopolamento. In tali centri, in passato, la resilienza e la rigenerazione urbana si sono tradotte principalmente in processi di ricostruzione o radicale delocalizzazione degli abitati; oggi, oltre che in interventi di recupero mirati anche al rilancio economico, esse devono trovare applicazione anche in ambito territoriale e paesaggistico, con una sistematica rilettura del rapporto tra gli abitati moderni, quelli antichi abbandonati, e il territorio circostante, un tempo mediato da "orti urbani" connessi al tessuto residenziale e oggi completamente abbandonati e incolti.

In nomen omen. Il borgo di Frattura (AQ) tra perdita e rigenerazione tra fragilità e resilienza urbana e paesaggistica.

Montuori, Patrizia;Felli, Marco;
2019

Abstract

L'immagine dell'Abruzzo quale territorio fragile è associata a diversi aspetti, come la pericolosità sismica, tornata all'attenzione con il devastante terremoto dell'Aquila del 2009, il rischio idrogeologico e, più generalmente, la geografia aspra e ostile, in particolare, dell'entroterra. Studi e interpretazioni delle trasformazioni territoriali e urbane avvenute nella Regione, tuttavia, suggeriscono una lettura di tale fragilità anche come caratteristica peculiare, e a tratti identitaria, del luogo, divenuta, in taluni casi, un attivatore di architettura nei processi di ricostruzione avviati, in particolare, dopo gli eventi tellurici. Ne è esempio il piccolo centro di Frattura, l'unica frazione del comune di Scanno (L'Aquila), nell'alta valle del Sagittario, che anche nel nome evoca la fragilità del sito, già in epoca preistorica oggetto di fenomeni sismici che causarono la formazione del vicino lago. Quasi totalmente distrutto dal terremoto del 1706, il paese fu ricostruito una prima volta "com'era e dov'era", nello stesso territorio, soggetto a rischio idrogeologico, poi definitivamente abbandonato dopo il sisma del 1915 e ricostruito negli anni Trenta in un'area scelta dagli abitanti, non distante dai rispettivi fondi agricoli. Dai terremoti alla grande emigrazione dei residenti, iniziata dopo il 1915 e proseguita dagli anni Sessanta fino ai giorni nostri, Frattura costituisce un esempio particolarmente significativo per processi di trasformazione, insediativi e sociali, che hanno interessato molti dei fragili centri minori abruzzesi, ciclicamente esposti a calamità naturali, in particolare, di natura sismica, e a processi di spopolamento. In tali centri, in passato, la resilienza e la rigenerazione urbana si sono tradotte principalmente in processi di ricostruzione o radicale delocalizzazione degli abitati; oggi, oltre che in interventi di recupero mirati anche al rilancio economico, esse devono trovare applicazione anche in ambito territoriale e paesaggistico, con una sistematica rilettura del rapporto tra gli abitati moderni, quelli antichi abbandonati, e il territorio circostante, un tempo mediato da "orti urbani" connessi al tessuto residenziale e oggi completamente abbandonati e incolti.
978-88-492-3667-5
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