Nella storia sociale e culturale mondiale, l’idea del fenomeno migratorio è stata spesso congiunta all’idea di disordine e disequilibrio: flussi di persone, colpevoli solamente di essersi mosse, che andavano fermate, respinte in qualche modo e rimesse al proprio posto, oppure orientate verso altri approdi. Di fatto, la percezione maggiormente diffusa al riguardo è quella di uno sconvolgimento dell’ordine sociale: «per alcuni, è l’alba di un nuovo mondo, all’insegna del meticciato e della fratellanza universale; per i più, è l’inizio di un’invasione» (Ambrosini, 2009: 13). Tale percezione non è di certo sostenuta dalle evidenze statistiche. Infatti, a fine 2017, secondo i dati ONU, oltre una persona su trenta è migrante, cioè «una persona che si è spostata in un paese diverso da quello di residenza abituale e che vive in quel paese da più di un anno» (Kofman et al. 2000). Si tratta del 3,4% di tutti gli esseri umani del pianeta: precisamente, dei 7 miliardi e 600 milioni di persone che costituiscono la Popolazione mondiale, 258 milioni di individui si sono spostati (IDOS-Caritas, 2018). Con tali premesse, il numero monografico proposto muove dalla convinzione che il fenomeno migratorio non costituisca una questione a sé stante e non riguardi una minoranza di persone sfortunate: esso pone questioni basilari che riguardano il futuro delle società contemporanee, le loro trasformazioni sociali e le loro capacità di comporre e governare diversità culturali e sociali vere o presunte (cfr. Ambrosini, Sciolla, 2015: 350). Per questo, si tenterà di sollecitare un dibattito all’interno della comunità scientifica, assumendo come definizione di idea sociale delle migrazioni quel processo di formazione di linee culturali, di immaginari, di linguaggi che si affermano e che producono rappresentazioni sociali, comportamenti, aspettative, processi decisionali, politiche, norme e tutto quanto costituisce l’universo socio-culturale delle nostre società.

L’idea sociale delle migrazioni nella società contemporanea

Colella, Francesca;Gianturco, Giovanna
2020

Abstract

Nella storia sociale e culturale mondiale, l’idea del fenomeno migratorio è stata spesso congiunta all’idea di disordine e disequilibrio: flussi di persone, colpevoli solamente di essersi mosse, che andavano fermate, respinte in qualche modo e rimesse al proprio posto, oppure orientate verso altri approdi. Di fatto, la percezione maggiormente diffusa al riguardo è quella di uno sconvolgimento dell’ordine sociale: «per alcuni, è l’alba di un nuovo mondo, all’insegna del meticciato e della fratellanza universale; per i più, è l’inizio di un’invasione» (Ambrosini, 2009: 13). Tale percezione non è di certo sostenuta dalle evidenze statistiche. Infatti, a fine 2017, secondo i dati ONU, oltre una persona su trenta è migrante, cioè «una persona che si è spostata in un paese diverso da quello di residenza abituale e che vive in quel paese da più di un anno» (Kofman et al. 2000). Si tratta del 3,4% di tutti gli esseri umani del pianeta: precisamente, dei 7 miliardi e 600 milioni di persone che costituiscono la Popolazione mondiale, 258 milioni di individui si sono spostati (IDOS-Caritas, 2018). Con tali premesse, il numero monografico proposto muove dalla convinzione che il fenomeno migratorio non costituisca una questione a sé stante e non riguardi una minoranza di persone sfortunate: esso pone questioni basilari che riguardano il futuro delle società contemporanee, le loro trasformazioni sociali e le loro capacità di comporre e governare diversità culturali e sociali vere o presunte (cfr. Ambrosini, Sciolla, 2015: 350). Per questo, si tenterà di sollecitare un dibattito all’interno della comunità scientifica, assumendo come definizione di idea sociale delle migrazioni quel processo di formazione di linee culturali, di immaginari, di linguaggi che si affermano e che producono rappresentazioni sociali, comportamenti, aspettative, processi decisionali, politiche, norme e tutto quanto costituisce l’universo socio-culturale delle nostre società.
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