L’analisi prende le mosse dal v. 645 del libro V dei fasti: Albula, si memini, tunc mihi nomen erat. Sono parole del Tevere in relazione al nome che portava al tempo dell’arrivo di Ercole sulle sue rive. L’inciso si memini è stato inteso come un segnale di ironia e di non affidabilità dell’informante, un vecchio che non ricorda nemmeno il proprio nome. Si tratta invece di un segnale della tensione, presente in più casi nel poema ovidiano, fra esemplarità del modello virgiliano e serietà della tradizione erudita. Il segmento in esame presenta una fitta rete di rimandi all’Eneide, specialmente all’episodio del dio Tiberino che apre il libro VIII, ma se ne distacca quanto al dato specifico della paronomasia del fiume. Secondo la tradizione storico-annalistica l’Albula prende il nome di Tevere all’epoca dei re Albani, a seguito dell’annegamento del re Tiberino nelle sue acque, mentre secondo l’Eneide ciò accade in età molto più antica (il fiume di Enea è già Thybris). L’episodio ovidiano si collega al dettato e alle suggestioni poetiche del testo virgiliano ma prende posizione sulla questione della paronomasia del fiume (questione aperta, come attesta Varrone, ling. V 30) andando a correggere su questo punto la versione dell’Eneide. Il si memini dell’informante assume perciò natura di segnale metaletterario: Tiberino sta ‘ricordando’ il suo passato, cui l’Eneide dà forma e visibilità esemplari, ma in questo dettaglio se ne stacca aderendo invece alla tradizione attestata da Livio, Dionigi, Festo. Il nome Albula, con la sua terminazione di diminutivo, ben si addice al contesto umile e pastorale del Lazio delle origini e al tono medio dell’elegia che lo inscena: proprio in un episodio per tanti aspetti debitore a Virgilio, Ovidio dichiara sia la propria indipendenza che il carattere specifico dell’elegia eziologia a fronte del diverso afflato e delle licenze del poema epico.

Fra erudizione e tradizione letteraria: nota a Ovidio, fasti 5, 646

MERLI, Elena
2001-01-01

Abstract

L’analisi prende le mosse dal v. 645 del libro V dei fasti: Albula, si memini, tunc mihi nomen erat. Sono parole del Tevere in relazione al nome che portava al tempo dell’arrivo di Ercole sulle sue rive. L’inciso si memini è stato inteso come un segnale di ironia e di non affidabilità dell’informante, un vecchio che non ricorda nemmeno il proprio nome. Si tratta invece di un segnale della tensione, presente in più casi nel poema ovidiano, fra esemplarità del modello virgiliano e serietà della tradizione erudita. Il segmento in esame presenta una fitta rete di rimandi all’Eneide, specialmente all’episodio del dio Tiberino che apre il libro VIII, ma se ne distacca quanto al dato specifico della paronomasia del fiume. Secondo la tradizione storico-annalistica l’Albula prende il nome di Tevere all’epoca dei re Albani, a seguito dell’annegamento del re Tiberino nelle sue acque, mentre secondo l’Eneide ciò accade in età molto più antica (il fiume di Enea è già Thybris). L’episodio ovidiano si collega al dettato e alle suggestioni poetiche del testo virgiliano ma prende posizione sulla questione della paronomasia del fiume (questione aperta, come attesta Varrone, ling. V 30) andando a correggere su questo punto la versione dell’Eneide. Il si memini dell’informante assume perciò natura di segnale metaletterario: Tiberino sta ‘ricordando’ il suo passato, cui l’Eneide dà forma e visibilità esemplari, ma in questo dettaglio se ne stacca aderendo invece alla tradizione attestata da Livio, Dionigi, Festo. Il nome Albula, con la sua terminazione di diminutivo, ben si addice al contesto umile e pastorale del Lazio delle origini e al tono medio dell’elegia che lo inscena: proprio in un episodio per tanti aspetti debitore a Virgilio, Ovidio dichiara sia la propria indipendenza che il carattere specifico dell’elegia eziologia a fronte del diverso afflato e delle licenze del poema epico.
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