Appena eletta capitale d’Italia, Roma fu interessata da una serie di grandi operazioni urbane e edilizie, dai tratti molto distintivi rispetto alle trasformazioni ottocentesche delle altre capitali europee. L’impulso alla modernizzazione avviò un processo che, oltre a cancellare parti consistenti della città antica, si sviluppò in modo largamente incontrollato e improvvisato: una “febbre” malsana e rovinosa che sfociò, negli anni ottanta in una gravissima crisi edilizia. La reazione più decisiva avvenne dopo qualche anno con la creazione di un unico ente bancario pubblico, prima Banca Nazionale del Regno poi Banca d’Italia. Il nuovo istituto incamerò le ingentissime proprietà immobiliari di alcune importanti banche travolte dalla crisi; per la legge bancaria del 1893, tale patrimonio doveva essere venduto, per le partite immobilizzate, nell’arco di dieci anni. Si prospettò così per la Banca d’Italia un compito gestionale di grande responsabilità che fu accortamente portata a termine fino al 1905, anno in cui gran parte del patrimonio residuo fu ceduto all’Istituto Romano di Beni Stabili, un ente promosso dalla stessa Banca D’Italia. L’importante vicenda, che finora era nota solo nelle linee molto generali, è stata messa in luce nei suoi vari aspetti da una laboriosa ricerca che Angela Marino, Gerardo Doti, Maria Luisa Neri hanno condotto, insieme con altri collaboratori, in alcuni archivi romani, in particolare nell’Archivio Storico della Banca d’Italia. La ricerca, articolata in più temi, ha condotto a una serie di studi, coordinati fra loro, pubblicati in un volume di “Roma Moderna e Contemporanea”, settembre-dicembre 2002, col titolo generale: La costruzione della Capitale. Architettura e città dalla crisi edilizia al fascismo nelle fonti storiche della Banca d’Italia. L’insieme dei lavori ricostruisce il ruolo “istituzionale” che la Banca svolse nel controllare e indirizzare la crescita urbana; gli aspetti scandagliati sono molteplici, chiariti anche attraverso l’inedita documentazione iconografica dell’Archivio della Banca. Angela Marino, promotrice dell’iniziativa di ricerca, col saggio Fare una capitale. Roma e la Banca d’Italia dai piani generali alle tipologie architettoniche (1880-1920), ricerca linee strutturanti della vicenda, valutando l’operato della Banca in modo più ponderato rispetto ai severi giudizi formulati in passato; esso funzionò da raccordo fra le istanze pubbliche e quelle private; se successivamente non fosse stato dimenticato, i criteri basilari della fondamentale legge urbanistica nazionale del 1942 sarebbero stati probabilmente diversi. Dalla prima convenzione con il Comune di Roma, del 1898 (comprendente il completamento dell’Esedra di Termini, il quartiere Salario sulla Via Nomentana, l’area di S. Cosimato e il quartiere del Gianicolo, il quartiere dell’Oca fra piazza del Popolo e il Tevere, il Ghetto), l’analisi arriva fino agli anni trenta e riguarda quindi anche episodi importanti occorsi durante l’amministrazione Nathan, in particolare il varo del piano regolatore del Sanjust (1909). È notato, fra l’altro, come la Banca, di fronte ai pressanti e delicati problemi di fine secolo, preferisse perseguire intenti «di qualità e adeguatezza delle tipologie urbane» piuttosto che di rappresentatività, di grandeur autocelebrativa o di indirizzo stilistico. In altre parole: «La qualità stessa delle operazioni da compiere e la cultura di chi le concertava non portavano (…) verso la figura dell’architetto, ma verso quella dell’ingegnere, interlocutore pressoché esclusivo della Banca d’Italia» (p.370). Altri saggi della stessa ricerca, esaminando più da vicino alcune delle grandi operazioni urbane ricadute sulla Banca d’Italia, si addentrano anche nei risvolti tipologico-architettonici e tecnico-costruttivi. Gerardo Doti analizza due quartieri inizialmente programmati al di fuori del Piano Regolatore, il quartiere alto-borghese di Villa Sciarra, sulle pendici orientali del Gianicolo (Il quartiere di villa Sciarra al Gianicolo) e quello operaio del Borghetto Trionfale. Borghetto Trionfale: nascita e formazione di un quartiere operaio (1885-1905). Il primo rientrava in un piano dell‘architetto Giulio De Angelis (1886) redatto per il principe Maffeo II Barberini Colonna Sciarra, in società con la Compagnia Fondiaria. Riguardo all’area del Gianicolo, la Banca decise una consistenza diminuzione dell’edificato di progetto, dedicandosi principalmente ai lavori stradali. La tipologia edilizia prevista era a villini, ma poi si realizzarono anche parecchie palazzine. Il saggio di Gerardo Doti ripercorre fino agli anni cinquanta lo sviluppo di questa parte di città, notando come, nonostante l’atteggiamento della Banca fosse “estremamente pragmatico, spesso cinico e ambiguo”, il quartiere esprima comunque, in modo originale, quel carattere “anti urbano” che all’epoca, in altre parti d’Europa, stava per essere sistematizzato. Il Borghetto Trionfale, l’altro quartiere analizzato da Gerardo Doti, era invece un nucleo operaio intensivo, costruito dalla Banca Tiberina a nord di San Pietro, secondo una scacchiera di strade e isolati, in continuità con l’altro recente quartiere ai Prati di Castello. La Banca d’Italia lo ereditò in condizioni miserevoli, impegnandosi a sistemare tutte le case e anche a costruire un mercato. I lavori di recupero di caseggiati malamente costruiti o nell’abbandono, impegnarono spesso la Banca; Lidia Cangemi li esamina specificamente nel saggio di Manutenzione, Restauro, consolidamento: interventi della Banca D’Italia al Gianicolo e a S. Cosimato, sottolineando l’importanza della redazione, nel 1897, da parte dell’Ispettorato Generale Tecnico, di un capitolato speciale per i lavori di manutenzione. Altri due contributi, uno dovuto a Maria Luisa Neri, La casa Moderna. Le proposte abitative dell’Istituto Romano di Beni Stabili (1904-1911), l’altro ad Alberto. M. Racheli, Ricerche documentarie su urbanistica e edilizia della Capitale alla fine dell’ottocento, non riguardano propriamente gli interventi urbani effettuati dalla Banca d’Italia, ma altre vicende, legate comunque a questi ultimi. Alberto M. Racheli tratteggia, attraverso una ricca documentazione d’Archivio, alcuni episodi delle trasformazioni della citta (“L’esedra di Termini”, “Il quartiere dell’Oca”, il quartiere “a sinistra della Via Nomentana”) evidenziandone le vicende precedenti all’intervento della Banca. Il saggio di M. Luisa Neri è incentrato sull’importante ruolo che l’Istituto Romano Beni Stabili svolse, ai primi del ‘900, nel rinnovamento della casa popolare: settore per cui il direttore dell’Istituto, l’ingegnere Edoardo Talamo, perseguì una cultura dell’abitare in senso sociale, anche con l’apporto di tecnici nuovi come l’ingegnere sanitario e l’ingegnere sociale. Il volume si chiude con un contributo di Raffaella Catini, Roma dopo la crisi edilizia con gli occhi di Émile Zola che ruota intorno alla testimonianza diretta del grande scrittore francese sulla situazione romana al 1894. Zola soggiornò a Roma perché qui voleva ambientare il suo secondo romanzo della trilogia Trois Villes; l’esperienza sarà decisiva per la stessa struttura narrativa messa a punto; «la città prende spazio nella vicenda fino a divenire soggetto più che scenario» (p.546). Nel romanzo, intitolato appunto Rome, Zola, attraverso i dialoghi e le riflessioni dei protagonisti, si sofferma spesso sulla crisi edilizia. Si tratta di brani mirabilmente lucidi e incisivi, venati non tanto da un rimpianto per le glorie passate quanto da un sincero stupore e una sommessa ma avvertibile sofferenza.

Lettura di: A. Marino, G. Doti, M. L. Neri (a cura di), La costruzione della Capitale. Architettura e città dalla crisi edilizia al fascismo nelle fonti storiche della Banca d’Italia, in “Roma Moderna e Contemporanea ”, settembre-dicembre 2002

ROTONDI, SERGIO
2005

Abstract

Appena eletta capitale d’Italia, Roma fu interessata da una serie di grandi operazioni urbane e edilizie, dai tratti molto distintivi rispetto alle trasformazioni ottocentesche delle altre capitali europee. L’impulso alla modernizzazione avviò un processo che, oltre a cancellare parti consistenti della città antica, si sviluppò in modo largamente incontrollato e improvvisato: una “febbre” malsana e rovinosa che sfociò, negli anni ottanta in una gravissima crisi edilizia. La reazione più decisiva avvenne dopo qualche anno con la creazione di un unico ente bancario pubblico, prima Banca Nazionale del Regno poi Banca d’Italia. Il nuovo istituto incamerò le ingentissime proprietà immobiliari di alcune importanti banche travolte dalla crisi; per la legge bancaria del 1893, tale patrimonio doveva essere venduto, per le partite immobilizzate, nell’arco di dieci anni. Si prospettò così per la Banca d’Italia un compito gestionale di grande responsabilità che fu accortamente portata a termine fino al 1905, anno in cui gran parte del patrimonio residuo fu ceduto all’Istituto Romano di Beni Stabili, un ente promosso dalla stessa Banca D’Italia. L’importante vicenda, che finora era nota solo nelle linee molto generali, è stata messa in luce nei suoi vari aspetti da una laboriosa ricerca che Angela Marino, Gerardo Doti, Maria Luisa Neri hanno condotto, insieme con altri collaboratori, in alcuni archivi romani, in particolare nell’Archivio Storico della Banca d’Italia. La ricerca, articolata in più temi, ha condotto a una serie di studi, coordinati fra loro, pubblicati in un volume di “Roma Moderna e Contemporanea”, settembre-dicembre 2002, col titolo generale: La costruzione della Capitale. Architettura e città dalla crisi edilizia al fascismo nelle fonti storiche della Banca d’Italia. L’insieme dei lavori ricostruisce il ruolo “istituzionale” che la Banca svolse nel controllare e indirizzare la crescita urbana; gli aspetti scandagliati sono molteplici, chiariti anche attraverso l’inedita documentazione iconografica dell’Archivio della Banca. Angela Marino, promotrice dell’iniziativa di ricerca, col saggio Fare una capitale. Roma e la Banca d’Italia dai piani generali alle tipologie architettoniche (1880-1920), ricerca linee strutturanti della vicenda, valutando l’operato della Banca in modo più ponderato rispetto ai severi giudizi formulati in passato; esso funzionò da raccordo fra le istanze pubbliche e quelle private; se successivamente non fosse stato dimenticato, i criteri basilari della fondamentale legge urbanistica nazionale del 1942 sarebbero stati probabilmente diversi. Dalla prima convenzione con il Comune di Roma, del 1898 (comprendente il completamento dell’Esedra di Termini, il quartiere Salario sulla Via Nomentana, l’area di S. Cosimato e il quartiere del Gianicolo, il quartiere dell’Oca fra piazza del Popolo e il Tevere, il Ghetto), l’analisi arriva fino agli anni trenta e riguarda quindi anche episodi importanti occorsi durante l’amministrazione Nathan, in particolare il varo del piano regolatore del Sanjust (1909). È notato, fra l’altro, come la Banca, di fronte ai pressanti e delicati problemi di fine secolo, preferisse perseguire intenti «di qualità e adeguatezza delle tipologie urbane» piuttosto che di rappresentatività, di grandeur autocelebrativa o di indirizzo stilistico. In altre parole: «La qualità stessa delle operazioni da compiere e la cultura di chi le concertava non portavano (…) verso la figura dell’architetto, ma verso quella dell’ingegnere, interlocutore pressoché esclusivo della Banca d’Italia» (p.370). Altri saggi della stessa ricerca, esaminando più da vicino alcune delle grandi operazioni urbane ricadute sulla Banca d’Italia, si addentrano anche nei risvolti tipologico-architettonici e tecnico-costruttivi. Gerardo Doti analizza due quartieri inizialmente programmati al di fuori del Piano Regolatore, il quartiere alto-borghese di Villa Sciarra, sulle pendici orientali del Gianicolo (Il quartiere di villa Sciarra al Gianicolo) e quello operaio del Borghetto Trionfale. Borghetto Trionfale: nascita e formazione di un quartiere operaio (1885-1905). Il primo rientrava in un piano dell‘architetto Giulio De Angelis (1886) redatto per il principe Maffeo II Barberini Colonna Sciarra, in società con la Compagnia Fondiaria. Riguardo all’area del Gianicolo, la Banca decise una consistenza diminuzione dell’edificato di progetto, dedicandosi principalmente ai lavori stradali. La tipologia edilizia prevista era a villini, ma poi si realizzarono anche parecchie palazzine. Il saggio di Gerardo Doti ripercorre fino agli anni cinquanta lo sviluppo di questa parte di città, notando come, nonostante l’atteggiamento della Banca fosse “estremamente pragmatico, spesso cinico e ambiguo”, il quartiere esprima comunque, in modo originale, quel carattere “anti urbano” che all’epoca, in altre parti d’Europa, stava per essere sistematizzato. Il Borghetto Trionfale, l’altro quartiere analizzato da Gerardo Doti, era invece un nucleo operaio intensivo, costruito dalla Banca Tiberina a nord di San Pietro, secondo una scacchiera di strade e isolati, in continuità con l’altro recente quartiere ai Prati di Castello. La Banca d’Italia lo ereditò in condizioni miserevoli, impegnandosi a sistemare tutte le case e anche a costruire un mercato. I lavori di recupero di caseggiati malamente costruiti o nell’abbandono, impegnarono spesso la Banca; Lidia Cangemi li esamina specificamente nel saggio di Manutenzione, Restauro, consolidamento: interventi della Banca D’Italia al Gianicolo e a S. Cosimato, sottolineando l’importanza della redazione, nel 1897, da parte dell’Ispettorato Generale Tecnico, di un capitolato speciale per i lavori di manutenzione. Altri due contributi, uno dovuto a Maria Luisa Neri, La casa Moderna. Le proposte abitative dell’Istituto Romano di Beni Stabili (1904-1911), l’altro ad Alberto. M. Racheli, Ricerche documentarie su urbanistica e edilizia della Capitale alla fine dell’ottocento, non riguardano propriamente gli interventi urbani effettuati dalla Banca d’Italia, ma altre vicende, legate comunque a questi ultimi. Alberto M. Racheli tratteggia, attraverso una ricca documentazione d’Archivio, alcuni episodi delle trasformazioni della citta (“L’esedra di Termini”, “Il quartiere dell’Oca”, il quartiere “a sinistra della Via Nomentana”) evidenziandone le vicende precedenti all’intervento della Banca. Il saggio di M. Luisa Neri è incentrato sull’importante ruolo che l’Istituto Romano Beni Stabili svolse, ai primi del ‘900, nel rinnovamento della casa popolare: settore per cui il direttore dell’Istituto, l’ingegnere Edoardo Talamo, perseguì una cultura dell’abitare in senso sociale, anche con l’apporto di tecnici nuovi come l’ingegnere sanitario e l’ingegnere sociale. Il volume si chiude con un contributo di Raffaella Catini, Roma dopo la crisi edilizia con gli occhi di Émile Zola che ruota intorno alla testimonianza diretta del grande scrittore francese sulla situazione romana al 1894. Zola soggiornò a Roma perché qui voleva ambientare il suo secondo romanzo della trilogia Trois Villes; l’esperienza sarà decisiva per la stessa struttura narrativa messa a punto; «la città prende spazio nella vicenda fino a divenire soggetto più che scenario» (p.546). Nel romanzo, intitolato appunto Rome, Zola, attraverso i dialoghi e le riflessioni dei protagonisti, si sofferma spesso sulla crisi edilizia. Si tratta di brani mirabilmente lucidi e incisivi, venati non tanto da un rimpianto per le glorie passate quanto da un sincero stupore e una sommessa ma avvertibile sofferenza.
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