L’uso delle pietre e dei marmi bianchi e colorati segna una costante e una peculiarità della ‘grande’ architettura di Roma attraverso i secoli, dall’Impero agli anni Trenta del Novecento. L’impiego di tale materia pregiata attribuiva alle architetture un prestigio e una valenza simbolica legati sia al valore economico e alla qualità intrinseca della materia stessa, sia alla bellezza e alla difficoltà delle sue diverse e possibili lavorazioni. Nel corso del medioevo e in età moderna, la consuetudine di reimpiegare marmi tratti da monumenti o scavati nel sottosuolo della Roma imperiale aggiunse a quei valori il fascino dell’antico, nelle sue diverse e molteplice esegesi. Pietre spesso rare, provenienti da cave ormai abbandonate e sconosciute, conferirono a molti degli interni rinascimentali e barocchi delle chiese romane un inconfondibile colore e calore. Ripercorrere le vite professionali di una famiglia di artieri della pietra, in particolare di tre tra i sette fratelli Martinori , ossia Fortunato (1817-1862), Pietro (ca. 1824-1890) e Domenico (ca. 1826-1898), significa scegliere di guardare all’architettura dell’Ottocento dal punto di vista di chi ha lavorato – nel senso stretto del termine – all’interno del cantiere edile, in continuità con un mestiere fortemente ancorato alla tradizione. Un’analisi che ha portato a comprendere meglio, e per certi versi a scoprire, il ruolo non sempre secondario e subalterno, del maestro scalpellino nella definizione di alcune scelte figurative; mostrando, in alcuni casi, il peso di una maestranza qualificata, non a caso tra le più retribuite nel cantiere ottocentesco, nel complesso rapporto committenza-progettista-esecutore. Un’indagine, quindi, che ha affrontato e cercato di mettere in luce i delicati meccanismi e le regole – non sempre scritte - che vincolavano i tre diversi attori nella realizzazione di un’opera; verificando la struttura ‘imprenditoriale’ dei Martinori la cui forza, riguardo sia i lavoranti sia la committenza, era data proprio dall’alleanza – non priva di attriti - tra i diversi componenti della famiglia e dalla abilità dei singoli di creare intese al di fuori di essa. La scalata sociale che i membri della famiglia Martinori percorsero in maniera diversa secondo le proprie capacità e scelte ideologiche evidenzia, poi, il legame stretto che legava la loro attività al potere regnante, come pure alle innovazioni tecnologiche e alle modifiche urbanistiche della città, lungo un secolo –l’Ottocento - che vedrà la progressiva trasformazione e agonia della professione di marmoraro evolvere parallelamente alla metamorfosi culturale e politica della città.

I Martinori. Scalpellini, inventori, imprenditori dalla Roma dei Papi a Roma capitale

CIRANNA, SIMONETTA
2007-01-01

Abstract

L’uso delle pietre e dei marmi bianchi e colorati segna una costante e una peculiarità della ‘grande’ architettura di Roma attraverso i secoli, dall’Impero agli anni Trenta del Novecento. L’impiego di tale materia pregiata attribuiva alle architetture un prestigio e una valenza simbolica legati sia al valore economico e alla qualità intrinseca della materia stessa, sia alla bellezza e alla difficoltà delle sue diverse e possibili lavorazioni. Nel corso del medioevo e in età moderna, la consuetudine di reimpiegare marmi tratti da monumenti o scavati nel sottosuolo della Roma imperiale aggiunse a quei valori il fascino dell’antico, nelle sue diverse e molteplice esegesi. Pietre spesso rare, provenienti da cave ormai abbandonate e sconosciute, conferirono a molti degli interni rinascimentali e barocchi delle chiese romane un inconfondibile colore e calore. Ripercorrere le vite professionali di una famiglia di artieri della pietra, in particolare di tre tra i sette fratelli Martinori , ossia Fortunato (1817-1862), Pietro (ca. 1824-1890) e Domenico (ca. 1826-1898), significa scegliere di guardare all’architettura dell’Ottocento dal punto di vista di chi ha lavorato – nel senso stretto del termine – all’interno del cantiere edile, in continuità con un mestiere fortemente ancorato alla tradizione. Un’analisi che ha portato a comprendere meglio, e per certi versi a scoprire, il ruolo non sempre secondario e subalterno, del maestro scalpellino nella definizione di alcune scelte figurative; mostrando, in alcuni casi, il peso di una maestranza qualificata, non a caso tra le più retribuite nel cantiere ottocentesco, nel complesso rapporto committenza-progettista-esecutore. Un’indagine, quindi, che ha affrontato e cercato di mettere in luce i delicati meccanismi e le regole – non sempre scritte - che vincolavano i tre diversi attori nella realizzazione di un’opera; verificando la struttura ‘imprenditoriale’ dei Martinori la cui forza, riguardo sia i lavoranti sia la committenza, era data proprio dall’alleanza – non priva di attriti - tra i diversi componenti della famiglia e dalla abilità dei singoli di creare intese al di fuori di essa. La scalata sociale che i membri della famiglia Martinori percorsero in maniera diversa secondo le proprie capacità e scelte ideologiche evidenzia, poi, il legame stretto che legava la loro attività al potere regnante, come pure alle innovazioni tecnologiche e alle modifiche urbanistiche della città, lungo un secolo –l’Ottocento - che vedrà la progressiva trasformazione e agonia della professione di marmoraro evolvere parallelamente alla metamorfosi culturale e politica della città.
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