Il processo di Riforma, avviato da qualche anno in una prospettiva allora ancora unitaria e centrale, quasi quale conclusione ideale del “progetto del moderno”, si è in realtà aperto e frammentato in una pluralità di sperimentazioni ed innovazioni. Alcune di queste attività hanno caratterizzato una fase di anarchia istituzionale ancora in atto che persegue lo sviluppo territoriale ed urbano alle diverse scale senza tener conto delle coerenze degli assetti e delle compatibilità ambientali e paesaggistiche. Questo è avvenuto anche in relazione alle politiche di deregolamentazione che, a partire dagli anni 80, hanno delegittimato la pianificazione di inquadramento di area vasta consentendo l’affermarsi di politiche locali svincolate da un quadro di coerenze complessive. Ma sono, altresì, da riferire in positivo ad una nuova concezione dello sviluppo legata alla interazione tra la dimensione locale e le coordinate europee, consapevole delle ragioni del territorio del paesaggio e dell’ambiente. Queste sperimentazioni si possono interpretare, da un lato come ricomposizione dei processi di pianificazione ordinari in nuovi impianti neo-contrattuali e dall’altro come ricomposizione dal basso di nuove forme di interesse pubblico intorno a progetti di sviluppo locale i cui obiettivi sono essenzialmente neo-utilitaristici. Si tratta di approcci che non si rappresentano mai in forme “pure” ma tendono a ibridizzazioni di diversa natura. In tale contesto assume particolare rilevanza il rapporto conoscenza-decisione che tende a spostare sulla conoscenza la natura neo-contrattuale (statuto dei luoghi -descrizione fondativa) del processo di piano, e sul piano-progetto complesso la natura utilitaristica (strategie-programmi complessi autoreferenziali). Un rischio ricorrente è quello di minimizzare il ruolo dell’impianto conoscitivo e di fargli assumere un compito puramente descrittivo e/o ricognitivo dei vincoli, poco relazionato alle scelte. Di contro si tende a forzarne la dimensione scientifica in una logica giustificazionista. È necessario allora riconsiderare il ruolo della conoscenza nel processo di piano. I progetti di sviluppo sottesi alla nuova pubblica utilità della pianificazione devono poter contare su una conoscenza condivisa stabile, rispetto alla quale sia possibile affrontare un processo di valutazione/verifica che proprio sulla stabilità di una conoscenza condivisa fondi una condizione di leale collaborazione tra enti riducendo al contempo le attuali diffuse e ricorrenti conflittualità. In questo senso le tecniche e le impostazioni concettuali classiche relative al rapporto conoscenza-decisione, sembrano poco idonee per una regolazione efficace delle tensioni derivanti dalle nuove dinamiche evolutive del territorio e dell’urbano. Si tratta di mettere a punto ‘strumenti’ efficienti ed efficaci di aiuto alle scelte, tenendo conto della transcalarità dei temi considerati per affrontare la questione in una logica non gerarchica né sequenziale (conoscenza piano), ma piuttosto in un processo iterativo e circolare in cui livelli “alti” di conoscenza istituzionale si confrontino con altri tipi di conoscenza quali quelli “di progetto” (progetto di paesaggio e progetto di territorio) e quelli delle conoscenze identitarie e locali. La necessità di avere a disposizione strumenti di conoscenza e di supporto alla pianificazione e alla programmazione - e più in generale alla decisione, pone quindi in evidenza altre questioni, quali ad esempio la natura della conoscenza (plurale, non olistica), la sua perfettibilità (o meglio l’aggiornamento dell’informazione), la transcalarità. Una serie di esperienze condotte in diverse regioni nel corso della formazione di nuovi impianti legislativi che fondano il sistema della pianificazione sulla lettura dei paesaggi e degli ecosistemi ad essi connessi e ne deriva “indirizzi” e “regole” per i comportamenti dei soggetti della pianificazione, ha fornito l’occasione di una riflessione in merito. In particolare, il presente lavoro prende spunto dalla Tesi di Dottorato di Ricerca dell’autore dal titolo “Carta dei Luoghi e dei Paesaggi, Conoscenze tecniche plurali nel processi di pianificazione e gestione del territorio”, nella quale è contenuta anche un’analisi comparativa sui quadri conoscitivi previsti in alcune leggi urbanistiche regionali. Questo testo indaga potenzialità e limiti di tali esperienze e propone la sistematizzazione disciplinare, e la strutturazione metodologica dei contenuti e dei processi formativi di una conoscenza per il Governo del Territorio ‘autonoma’, o perlomeno non costruita razionalmente intorno alle forme della pianificazione (agli strumenti) e quindi in qualche modo dalle stesse conformata e spesso indirettamente influenzata. Questa autonomia, che non è assoluta ma relativa e comunque relazionata ad altre forme di conoscenza (conoscenze di progetto, conoscenze identitarie), rompe la dimensione giustificativa (e in quanto tale retroagente) della conoscenza razionale di matrice astenghiana e quella autoreferenziale propria della conoscenza per la valutazione (VIA-VAS) e apre una necessaria riflessione sui limiti dei sistemi esperti e delle forme di conoscenza-decisione partecipative e condivise. Questa riflessione è inquadrata nel testo nel faticoso percorso di Riforma che proprio attraverso una continua sperimentazione può trovare verifica e avanzamento, come nella metafora dello scalatore che prova gli appoggi avendo chiara la “meta”. Le “esperienze” che costituiscono la seconda parte del volume sono un interessante contributo in tal senso e possono avviare un processo di verifica/interazione su un tema centrale e per la verità lasciato troppo spesso alla residualità tecnicisti ca dei GIS e alla ricomposizione tassonomica disciplinare dei Quadri Conoscitivi.

Piani, metodi e pratiche. Il ruolo delle conoscenze

DI LUDOVICO, DONATO
2008

Abstract

Il processo di Riforma, avviato da qualche anno in una prospettiva allora ancora unitaria e centrale, quasi quale conclusione ideale del “progetto del moderno”, si è in realtà aperto e frammentato in una pluralità di sperimentazioni ed innovazioni. Alcune di queste attività hanno caratterizzato una fase di anarchia istituzionale ancora in atto che persegue lo sviluppo territoriale ed urbano alle diverse scale senza tener conto delle coerenze degli assetti e delle compatibilità ambientali e paesaggistiche. Questo è avvenuto anche in relazione alle politiche di deregolamentazione che, a partire dagli anni 80, hanno delegittimato la pianificazione di inquadramento di area vasta consentendo l’affermarsi di politiche locali svincolate da un quadro di coerenze complessive. Ma sono, altresì, da riferire in positivo ad una nuova concezione dello sviluppo legata alla interazione tra la dimensione locale e le coordinate europee, consapevole delle ragioni del territorio del paesaggio e dell’ambiente. Queste sperimentazioni si possono interpretare, da un lato come ricomposizione dei processi di pianificazione ordinari in nuovi impianti neo-contrattuali e dall’altro come ricomposizione dal basso di nuove forme di interesse pubblico intorno a progetti di sviluppo locale i cui obiettivi sono essenzialmente neo-utilitaristici. Si tratta di approcci che non si rappresentano mai in forme “pure” ma tendono a ibridizzazioni di diversa natura. In tale contesto assume particolare rilevanza il rapporto conoscenza-decisione che tende a spostare sulla conoscenza la natura neo-contrattuale (statuto dei luoghi -descrizione fondativa) del processo di piano, e sul piano-progetto complesso la natura utilitaristica (strategie-programmi complessi autoreferenziali). Un rischio ricorrente è quello di minimizzare il ruolo dell’impianto conoscitivo e di fargli assumere un compito puramente descrittivo e/o ricognitivo dei vincoli, poco relazionato alle scelte. Di contro si tende a forzarne la dimensione scientifica in una logica giustificazionista. È necessario allora riconsiderare il ruolo della conoscenza nel processo di piano. I progetti di sviluppo sottesi alla nuova pubblica utilità della pianificazione devono poter contare su una conoscenza condivisa stabile, rispetto alla quale sia possibile affrontare un processo di valutazione/verifica che proprio sulla stabilità di una conoscenza condivisa fondi una condizione di leale collaborazione tra enti riducendo al contempo le attuali diffuse e ricorrenti conflittualità. In questo senso le tecniche e le impostazioni concettuali classiche relative al rapporto conoscenza-decisione, sembrano poco idonee per una regolazione efficace delle tensioni derivanti dalle nuove dinamiche evolutive del territorio e dell’urbano. Si tratta di mettere a punto ‘strumenti’ efficienti ed efficaci di aiuto alle scelte, tenendo conto della transcalarità dei temi considerati per affrontare la questione in una logica non gerarchica né sequenziale (conoscenza piano), ma piuttosto in un processo iterativo e circolare in cui livelli “alti” di conoscenza istituzionale si confrontino con altri tipi di conoscenza quali quelli “di progetto” (progetto di paesaggio e progetto di territorio) e quelli delle conoscenze identitarie e locali. La necessità di avere a disposizione strumenti di conoscenza e di supporto alla pianificazione e alla programmazione - e più in generale alla decisione, pone quindi in evidenza altre questioni, quali ad esempio la natura della conoscenza (plurale, non olistica), la sua perfettibilità (o meglio l’aggiornamento dell’informazione), la transcalarità. Una serie di esperienze condotte in diverse regioni nel corso della formazione di nuovi impianti legislativi che fondano il sistema della pianificazione sulla lettura dei paesaggi e degli ecosistemi ad essi connessi e ne deriva “indirizzi” e “regole” per i comportamenti dei soggetti della pianificazione, ha fornito l’occasione di una riflessione in merito. In particolare, il presente lavoro prende spunto dalla Tesi di Dottorato di Ricerca dell’autore dal titolo “Carta dei Luoghi e dei Paesaggi, Conoscenze tecniche plurali nel processi di pianificazione e gestione del territorio”, nella quale è contenuta anche un’analisi comparativa sui quadri conoscitivi previsti in alcune leggi urbanistiche regionali. Questo testo indaga potenzialità e limiti di tali esperienze e propone la sistematizzazione disciplinare, e la strutturazione metodologica dei contenuti e dei processi formativi di una conoscenza per il Governo del Territorio ‘autonoma’, o perlomeno non costruita razionalmente intorno alle forme della pianificazione (agli strumenti) e quindi in qualche modo dalle stesse conformata e spesso indirettamente influenzata. Questa autonomia, che non è assoluta ma relativa e comunque relazionata ad altre forme di conoscenza (conoscenze di progetto, conoscenze identitarie), rompe la dimensione giustificativa (e in quanto tale retroagente) della conoscenza razionale di matrice astenghiana e quella autoreferenziale propria della conoscenza per la valutazione (VIA-VAS) e apre una necessaria riflessione sui limiti dei sistemi esperti e delle forme di conoscenza-decisione partecipative e condivise. Questa riflessione è inquadrata nel testo nel faticoso percorso di Riforma che proprio attraverso una continua sperimentazione può trovare verifica e avanzamento, come nella metafora dello scalatore che prova gli appoggi avendo chiara la “meta”. Le “esperienze” che costituiscono la seconda parte del volume sono un interessante contributo in tal senso e possono avviare un processo di verifica/interazione su un tema centrale e per la verità lasciato troppo spesso alla residualità tecnicisti ca dei GIS e alla ricomposizione tassonomica disciplinare dei Quadri Conoscitivi.
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