Le rovine appaiono come un caso estremo di restauro, oggetto di numerose riflessioni teoriche e operative nell’ambito della conservazione. Oggi, proprio dove le ricostruzioni dopo i recenti eventi sismici affrontano i temi connessi al ripristino della funzionalità e dell’efficienza, rivolgendosi a edifici comunque utilizzabili, la scelta di studiare un rudere sconosciuto e quasi invisibile appare decisamente controcorrente. Questo studio vuole appunto sfidare le logiche abituali dell’intervento motivato solo dall’interesse pratico (spesso miope, senza prospettive future) riportando l’interesse sull’oggetto concreto, su quella rovina ancora oggi in grado di interrogarci sul senso della conservazione. Come avviene ovunque, anche a Montorio al Vomano il frammento decontestualizzato è stato vittima dell’oblio; la perdita delle relazioni e la mancata comprensione hanno portato a spoliazioni e aggressioni varie. Ma se il restauro inizia dal riconoscimento dei valori da cui derivano le azioni conservative, il rudere è insieme materia e metafora, esprime concretamente la permanenza nel tempo e il suo disfarsi; esso rappresenta un caso esemplare per rivolgere lo sguardo all’apparente inutilità e accettare l’incompiutezza. L’iter metodologico inizia da tale motivo di attrazione (la ‘folgorazione’ di cui parlava Brandi) per sviluppare un percorso di conoscenza diretto a riscoprire la storia, rileggerne le tracce materiali, conservare la rovina ricomponendone le relazioni con il luogo in cui si trova. L’indagine conoscitiva coniuga la ricerca storica e le analisi costruttive, materiche e interpretative su ciò che resta allo stato attuale; tale attenzione concreta conduce a delineare le azioni progettuali per la salvaguardia di un relitto quasi del tutto scomparso, dalla cura attenta (e minimale) dello stato di conservazione alla proposta di ricollegare la rovina alla via Caecilia e al territorio di Montorio al Vomano, ponendola al centro di un nuovo itinerario conoscitivo e di riscoperta culturale alle pendici del Gran Sasso. Il lavoro di Eva Patella, svolto per la tesi di laurea in Restauro architettonico nel corso di laurea magistrale a ciclo unico in Ingegneria Edile-Architettura (relatrice Carla Bartolomucci, correlatori Simonetta Ciranna e Federico De Matteis) diviene quindi esemplare di un atteggiamento intellettuale mosso dalla curiosità per la conoscenza di un frammento superstite, che diventa il motivo d’interesse su cui si fonda la conservazione. Lo studio non si limita all’oggetto in sé, ma si estende al paese e al territorio montano circostante; solo in questo modo si può ristabilire il frammento nel suo contesto e, allo stesso tempo, riportare la dovuta attenzione sui paesi e le aree interne dell’Appennino (spina dorsale geografica, storica e culturale della nostra penisola) aprendo nuove possibili prospettive future. L’esito progettuale non può (e non vuole) andare oltre la salvaguardia di ciò che rimane, rinunciando a qualsiasi ricostruzione dell’edificio (per non alterare la materia autentica e il potenziale di conoscenza insito in esso) consentendo però di rileggerne la storia e ricomporre le relazioni con il contesto. La proposta di una sorta di “promenade architecturale” dal paese verso (e dentro) la rovina vuole centrare l’attenzione sul frammento dimenticato, riportandolo alla luce e restituendogli il significato smarrito. La sfida insita nella tesi di Eva Patella è quella di ritrovare il senso di un rudere incompreso, motivandone la sua conservazione non come oggetto isolato, ma come traccia viva di una storia integrata nel contesto. Se ciò può apparire un’inutile utopia, basti guardare le (tante) rotatorie stradali ‘monumentalizzate’ collocandovi inutili abbellimenti per comprendere come tale bisogno di senso sia pienamente attuale. Esercitare il pensiero su un ideale, andare oltre i criteri di utilità e di convenienza, dedicare attenzione e cura a un relitto apparentemente insignificante, scegliere proprio questo tema per la propria tesi di laurea conferma che studiare non è solo acquisire il sapere, ma anche comprendere, saper vedere e avere il coraggio di proporre possibili utopie.
La conservazione dell’inutile, da elegia della rovina a segno di rinascita
Carla Bartolomucci
2026-01-01
Abstract
Le rovine appaiono come un caso estremo di restauro, oggetto di numerose riflessioni teoriche e operative nell’ambito della conservazione. Oggi, proprio dove le ricostruzioni dopo i recenti eventi sismici affrontano i temi connessi al ripristino della funzionalità e dell’efficienza, rivolgendosi a edifici comunque utilizzabili, la scelta di studiare un rudere sconosciuto e quasi invisibile appare decisamente controcorrente. Questo studio vuole appunto sfidare le logiche abituali dell’intervento motivato solo dall’interesse pratico (spesso miope, senza prospettive future) riportando l’interesse sull’oggetto concreto, su quella rovina ancora oggi in grado di interrogarci sul senso della conservazione. Come avviene ovunque, anche a Montorio al Vomano il frammento decontestualizzato è stato vittima dell’oblio; la perdita delle relazioni e la mancata comprensione hanno portato a spoliazioni e aggressioni varie. Ma se il restauro inizia dal riconoscimento dei valori da cui derivano le azioni conservative, il rudere è insieme materia e metafora, esprime concretamente la permanenza nel tempo e il suo disfarsi; esso rappresenta un caso esemplare per rivolgere lo sguardo all’apparente inutilità e accettare l’incompiutezza. L’iter metodologico inizia da tale motivo di attrazione (la ‘folgorazione’ di cui parlava Brandi) per sviluppare un percorso di conoscenza diretto a riscoprire la storia, rileggerne le tracce materiali, conservare la rovina ricomponendone le relazioni con il luogo in cui si trova. L’indagine conoscitiva coniuga la ricerca storica e le analisi costruttive, materiche e interpretative su ciò che resta allo stato attuale; tale attenzione concreta conduce a delineare le azioni progettuali per la salvaguardia di un relitto quasi del tutto scomparso, dalla cura attenta (e minimale) dello stato di conservazione alla proposta di ricollegare la rovina alla via Caecilia e al territorio di Montorio al Vomano, ponendola al centro di un nuovo itinerario conoscitivo e di riscoperta culturale alle pendici del Gran Sasso. Il lavoro di Eva Patella, svolto per la tesi di laurea in Restauro architettonico nel corso di laurea magistrale a ciclo unico in Ingegneria Edile-Architettura (relatrice Carla Bartolomucci, correlatori Simonetta Ciranna e Federico De Matteis) diviene quindi esemplare di un atteggiamento intellettuale mosso dalla curiosità per la conoscenza di un frammento superstite, che diventa il motivo d’interesse su cui si fonda la conservazione. Lo studio non si limita all’oggetto in sé, ma si estende al paese e al territorio montano circostante; solo in questo modo si può ristabilire il frammento nel suo contesto e, allo stesso tempo, riportare la dovuta attenzione sui paesi e le aree interne dell’Appennino (spina dorsale geografica, storica e culturale della nostra penisola) aprendo nuove possibili prospettive future. L’esito progettuale non può (e non vuole) andare oltre la salvaguardia di ciò che rimane, rinunciando a qualsiasi ricostruzione dell’edificio (per non alterare la materia autentica e il potenziale di conoscenza insito in esso) consentendo però di rileggerne la storia e ricomporre le relazioni con il contesto. La proposta di una sorta di “promenade architecturale” dal paese verso (e dentro) la rovina vuole centrare l’attenzione sul frammento dimenticato, riportandolo alla luce e restituendogli il significato smarrito. La sfida insita nella tesi di Eva Patella è quella di ritrovare il senso di un rudere incompreso, motivandone la sua conservazione non come oggetto isolato, ma come traccia viva di una storia integrata nel contesto. Se ciò può apparire un’inutile utopia, basti guardare le (tante) rotatorie stradali ‘monumentalizzate’ collocandovi inutili abbellimenti per comprendere come tale bisogno di senso sia pienamente attuale. Esercitare il pensiero su un ideale, andare oltre i criteri di utilità e di convenienza, dedicare attenzione e cura a un relitto apparentemente insignificante, scegliere proprio questo tema per la propria tesi di laurea conferma che studiare non è solo acquisire il sapere, ma anche comprendere, saper vedere e avere il coraggio di proporre possibili utopie.Pubblicazioni consigliate
I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


