Per secoli musica e liturgia condivisero il medesimo spazio all’interno dell’edificio sacro, e non per caso esso era ed tuttora è denominato ‘coro’. Accanto al ‘canto piano’ (monodico) si radicarono però due prassi musicali fondamentali di canto polifonico: il contrappunto ovverosia l’improvvisazione di una o più linee melodiche sopra un canto piano, e il ‘canto figurato’ (polifonia scritta), entrambe nate come forme diverse di esornazione del canto gregoriano. L’articolo mostra come dal Cinquecento la musica sacra in canto figurato abbia lasciato l’area del coro per ‘salire’ nei pergami (o palchi o poggioli) – che da allora, non per caso, si chiameranno ‘cantorie’ (o ‘cori’) – che furono disposti nei transetti o nelle navate delle chiese. Dopo aver ricostruito il posizionamento di palchi o pergami per i cantori e per gli organi nel tardo medioevo, vengono mostrate – con dovizia di esempi tratti dalle vicende architettoniche di svariati ed importanti edifici ecclesiastici – le soluzioni adottate per ricollocare questi elementi in rapporto ai mutamenti stilistici dei nuovi edifici ecclesiastici rinascimentali a partire dal primo Cinquecento e lungo tutto il secolo, come pure alle mutate esigenze della prassi tanto musicale che liturgica, e al rinnovato rapporto fra musica e pubblico. Contrariamente all’opinione prevalente che vorrebbe questi mutamenti indotti dai dettami tridentini, l’articolo sostiene invece che il concilio di Trento non impose alcuna particolare direttiva in materia architettonica, ma si limitò a scegliere fra quelle in alternativa conflittuale; appare quindi logico che le autorità ecclesiastiche approvassero una soluzione che nelle chiese poneva l’altare maggiore, con sopra il tabernacolo, davanti al coro e quindi aperto alla vista dell’assemblea dei laici. Infine, l’eliminazione di tramezzi e cori permetteva di guadagnare uno spazio maggiore per l’assemblea dei laici in queste chiese di antico impianto medioevale. Inoltre, come dimostrano i dati cronologici, come pure una lettura dei documenti scevra da pregiudizi, le riforme degli edifici sacri non sembrano determinate direttamente dalle riforme o dai canoni tridentini, né tantomeno da cogenti necessità teologiche e pastorali. Dai documenti emerge invece molto chiaramente che in molti casi a volere questi lavori non furono tanto le istituzioni ecclesiastiche, quanto piuttosto le autorità politiche o cittadine. Tali osservazioni valgono anche nel campo della musica da chiesa durante il Cinquecento: la profonda trasformazione delle prassi musicale sacra che parte dal Cinquecento non fu conseguenza diretta dei dettami conciliari, dal momento che la formulazione di norme dettagliate in materia di musica e liturgia fu lasciata alle determinazioni dei singoli sinodi diocesani, anche se non sempre fu facile metterle in pratica, per i frequenti contrasti fra le autorità diocesane e le autorità locali civili e perfino religiose (come capitoli e congregazioni) che si risolvevano – molto spesso a sfavore delle prime – in sede centrale a Roma, per vie politiche.

“Sull’organo et in choro”. Spazio architettonico e prassi musicale nelle chiese italiane durante il Rinascimento

MORELLI, ARNALDO
2006-01-01

Abstract

Per secoli musica e liturgia condivisero il medesimo spazio all’interno dell’edificio sacro, e non per caso esso era ed tuttora è denominato ‘coro’. Accanto al ‘canto piano’ (monodico) si radicarono però due prassi musicali fondamentali di canto polifonico: il contrappunto ovverosia l’improvvisazione di una o più linee melodiche sopra un canto piano, e il ‘canto figurato’ (polifonia scritta), entrambe nate come forme diverse di esornazione del canto gregoriano. L’articolo mostra come dal Cinquecento la musica sacra in canto figurato abbia lasciato l’area del coro per ‘salire’ nei pergami (o palchi o poggioli) – che da allora, non per caso, si chiameranno ‘cantorie’ (o ‘cori’) – che furono disposti nei transetti o nelle navate delle chiese. Dopo aver ricostruito il posizionamento di palchi o pergami per i cantori e per gli organi nel tardo medioevo, vengono mostrate – con dovizia di esempi tratti dalle vicende architettoniche di svariati ed importanti edifici ecclesiastici – le soluzioni adottate per ricollocare questi elementi in rapporto ai mutamenti stilistici dei nuovi edifici ecclesiastici rinascimentali a partire dal primo Cinquecento e lungo tutto il secolo, come pure alle mutate esigenze della prassi tanto musicale che liturgica, e al rinnovato rapporto fra musica e pubblico. Contrariamente all’opinione prevalente che vorrebbe questi mutamenti indotti dai dettami tridentini, l’articolo sostiene invece che il concilio di Trento non impose alcuna particolare direttiva in materia architettonica, ma si limitò a scegliere fra quelle in alternativa conflittuale; appare quindi logico che le autorità ecclesiastiche approvassero una soluzione che nelle chiese poneva l’altare maggiore, con sopra il tabernacolo, davanti al coro e quindi aperto alla vista dell’assemblea dei laici. Infine, l’eliminazione di tramezzi e cori permetteva di guadagnare uno spazio maggiore per l’assemblea dei laici in queste chiese di antico impianto medioevale. Inoltre, come dimostrano i dati cronologici, come pure una lettura dei documenti scevra da pregiudizi, le riforme degli edifici sacri non sembrano determinate direttamente dalle riforme o dai canoni tridentini, né tantomeno da cogenti necessità teologiche e pastorali. Dai documenti emerge invece molto chiaramente che in molti casi a volere questi lavori non furono tanto le istituzioni ecclesiastiche, quanto piuttosto le autorità politiche o cittadine. Tali osservazioni valgono anche nel campo della musica da chiesa durante il Cinquecento: la profonda trasformazione delle prassi musicale sacra che parte dal Cinquecento non fu conseguenza diretta dei dettami conciliari, dal momento che la formulazione di norme dettagliate in materia di musica e liturgia fu lasciata alle determinazioni dei singoli sinodi diocesani, anche se non sempre fu facile metterle in pratica, per i frequenti contrasti fra le autorità diocesane e le autorità locali civili e perfino religiose (come capitoli e congregazioni) che si risolvevano – molto spesso a sfavore delle prime – in sede centrale a Roma, per vie politiche.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11697/42617
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