Marcello Vittorini attribuiva un’importanza decisiva agli spazi di relazione, comunitari, centrali e polifunzionali, per l’equilibrio sociale di un’entità urbana; all’aumentare della scala dei problemi, il concetto si dilatava: dalla metropoli alla “città diffusa”, la grande estensione territoriale andava inquadrata come “policentrica”. Tutto ciò trovava certamente origine dalle esperienze maturate da Vittorini negli anni ’50, con la realizzazione dei Borghi del Fucino e, successivamente, di alcuni complessi di case popolari, in particolare quello Ina Casa di via Cavedone, a Bologna. A questo progetto partecipò, fra gli altri, Federici Gorio, con cui Vittorini iniziò un lungo sodalizio di lavoro e di ricerca, che si nutriva anche delle riflessioni critiche che si stavano elaborando in Europa sul lascito della cultura razionalista-funzionalista. La tesi sulla centralità e polifunzionalità degli spazi di relazione, Vittorini la coltivò costantemente, commisurata agli sviluppi disciplinari dell’urbanistica e dell’architettura. Credo sia interessante ricordare, al proposito, un aneddoto che mi riguarda. Nel 2006 non avevo ancora conosciuto personalmente Marcello Vittorini; lo chiamai al telefono per invitarlo a partecipare a un convegno che stavo organizzando all’Aquila, il cui tema era “Il nuovo nei contesti consolidati. Tematiche progettuali della contemporaneità”. Vittorini s’interessò immediatamente all’argomento e cominciò a illustrarmelo secondo il suo punto di vista, con dovizia di articolate argomentazioni, in particolare collegandolo alla problematica sui centri urbani. Ebbi così il piacere di una vera e propria lezione di urbanistica e di architettura, a me riservata, che terminò col consenso di Vittorini a partecipare al convegno. L’oggetto della sua relazione riguardò il recupero a museo dell’ex zuccherificio di Classe e la sistemazione del parco archeologico circostante. Quindi un progetto di architettura, con una forte caratterizzazione tecnologica, il cui senso sociale non riguardava solo la fruizione degli antichi reperti ma anche l’esperienza di una concatenata e accorta articolazione di spazi, percorsi e vedute differenti. In seguito ho avuto modo di avvicinarmi ancora, per motivi di studio, a un’opera di Vittorini: un complesso residenziale (complesso B) all’Aquila, progettato con Gorio e realizzato nei primi anni ’60. Si tratta un’architettura complessa che sorge abbarbicata su un ripido pendio, tra la via XX Settembre a valle e la via Duca degli Abruzzi a monte, entro il circuito delle antiche mura medioevali, con un elevato valore paesaggistico. Il complesso residenziale (circa quaranta alloggi) fu organizzato dai progettisti con due corpi di fabbrica: uno più esteso, era costituito da nuclei concatenati e sfalsati sia in pianta sia in alzato; l’altro era articolato in tre blocchi impostati a quote diverse. L’insieme, visibile da lontano come articolata sequenza di quinte digradanti, produceva un effetto spaziale mosso e d’apertura verso il paesaggio, dove elemento importante era il verde, che, come una cascata, scendeva nello spazio fra i due corpi di fabbrica, organizzato come un piccolo parco montano. Questo è un esempio; che suggerisce riguardo all’archivio una possibile chiave di lettura e di ricerca, anche in relazione agli obiettivi di cui parlavano il prof. Tamburini e la prof.ssa Marino: individuare, alle diverse scale, il senso e il portato degli spazi comuni e di relazione nella progettazione di Vittorini.

Gli spazi di relazione nell'architettura di Marcello Vittorini. Un esempio aquilano.

ROTONDI, SERGIO
2012-01-01

Abstract

Marcello Vittorini attribuiva un’importanza decisiva agli spazi di relazione, comunitari, centrali e polifunzionali, per l’equilibrio sociale di un’entità urbana; all’aumentare della scala dei problemi, il concetto si dilatava: dalla metropoli alla “città diffusa”, la grande estensione territoriale andava inquadrata come “policentrica”. Tutto ciò trovava certamente origine dalle esperienze maturate da Vittorini negli anni ’50, con la realizzazione dei Borghi del Fucino e, successivamente, di alcuni complessi di case popolari, in particolare quello Ina Casa di via Cavedone, a Bologna. A questo progetto partecipò, fra gli altri, Federici Gorio, con cui Vittorini iniziò un lungo sodalizio di lavoro e di ricerca, che si nutriva anche delle riflessioni critiche che si stavano elaborando in Europa sul lascito della cultura razionalista-funzionalista. La tesi sulla centralità e polifunzionalità degli spazi di relazione, Vittorini la coltivò costantemente, commisurata agli sviluppi disciplinari dell’urbanistica e dell’architettura. Credo sia interessante ricordare, al proposito, un aneddoto che mi riguarda. Nel 2006 non avevo ancora conosciuto personalmente Marcello Vittorini; lo chiamai al telefono per invitarlo a partecipare a un convegno che stavo organizzando all’Aquila, il cui tema era “Il nuovo nei contesti consolidati. Tematiche progettuali della contemporaneità”. Vittorini s’interessò immediatamente all’argomento e cominciò a illustrarmelo secondo il suo punto di vista, con dovizia di articolate argomentazioni, in particolare collegandolo alla problematica sui centri urbani. Ebbi così il piacere di una vera e propria lezione di urbanistica e di architettura, a me riservata, che terminò col consenso di Vittorini a partecipare al convegno. L’oggetto della sua relazione riguardò il recupero a museo dell’ex zuccherificio di Classe e la sistemazione del parco archeologico circostante. Quindi un progetto di architettura, con una forte caratterizzazione tecnologica, il cui senso sociale non riguardava solo la fruizione degli antichi reperti ma anche l’esperienza di una concatenata e accorta articolazione di spazi, percorsi e vedute differenti. In seguito ho avuto modo di avvicinarmi ancora, per motivi di studio, a un’opera di Vittorini: un complesso residenziale (complesso B) all’Aquila, progettato con Gorio e realizzato nei primi anni ’60. Si tratta un’architettura complessa che sorge abbarbicata su un ripido pendio, tra la via XX Settembre a valle e la via Duca degli Abruzzi a monte, entro il circuito delle antiche mura medioevali, con un elevato valore paesaggistico. Il complesso residenziale (circa quaranta alloggi) fu organizzato dai progettisti con due corpi di fabbrica: uno più esteso, era costituito da nuclei concatenati e sfalsati sia in pianta sia in alzato; l’altro era articolato in tre blocchi impostati a quote diverse. L’insieme, visibile da lontano come articolata sequenza di quinte digradanti, produceva un effetto spaziale mosso e d’apertura verso il paesaggio, dove elemento importante era il verde, che, come una cascata, scendeva nello spazio fra i due corpi di fabbrica, organizzato come un piccolo parco montano. Questo è un esempio; che suggerisce riguardo all’archivio una possibile chiave di lettura e di ricerca, anche in relazione agli obiettivi di cui parlavano il prof. Tamburini e la prof.ssa Marino: individuare, alle diverse scale, il senso e il portato degli spazi comuni e di relazione nella progettazione di Vittorini.
978-88-492-2476-4
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11697/43627
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