In Italia, un risvolto determinante della concitata e alacre temperie architettonica degli anni ’50 fu sicuramente il superamento della via neorealista, che ebbe effetti particolarmente rilevanti a Roma. La vicenda è ben messa a fuoco dai percorsi degli architetti (Ridolfi, Quaroni, Gorio, Valori, Lugli, Aymonino) che nel 1950, in gruppo, avevano dato luogo al quartiere Tiburtino: la più complessa fra le operazioni neorealiste e anche una delle più criticate. Alcuni di questi percorsi (Ridolfi, Quaroni, Aymonino) sono stati studiati in profondità, altri sono rimasti più nell’ombra; in particolare della vicenda progettuale di Federico Gorio non è stato mai illuminato il valore di sviluppo coerente, di conchiusa risposta alle antinomiche problematiche architettoniche della seconda metà del decennio: razionalismo-empirismo; storia-industria, quartiere-città. Gorio, attraverso gli scritti e i progetti, fu il più rigoroso critico dell’esperienza neorealista, che per lui aveva significato non un fatto estetico ma un impegno morale ed esistenziale. La presa di coscienza di quanto quella esperienza di “autenticità” avesse sostanzialmente fallito l’obiettivo sociale e di quanto fosse stata frutto di un «paradossale atteggiamento bucolico» fu, per Gorio, netta e determinante, incidendo fortemente sul suo approccio all’architettura. Lo spessore e la complessità di questa svolta sono mostrati compiutamente dal complesso residenziale Ina-casa di via Cavedone a Bologna un progetto iniziato nel 1956, che Gorio elaborò, come capogruppo, insieme con altri architetti e ingegneri fra cui Marcello Vittorini, da allora suo socio di studio per circa otto anni. A strutturare il nuovo intervento non erano i tipi di organismi allora prevalentemente utilizzati: aperti e alquanto articolati; erano, invece, delle classiche corti chiuse, utilizzate anche, nello stesso periodo, da Ludovico Quaroni, per il quartiere S. Giusto a Prato. Nelle corti di Via Cavedone, soluzioni tipologiche, costruttive e di finitura restituiscono un originale portato morfologico: la vibrazione della superficie muraria, attraverso una serie di pilastri- lesene che restituisce il regime modulare dei diversi tagli di alloggi. Tale soluzione insieme con la distribuzione delle finestre, delle logge e dei portici, caratterizza l’impaginato generale come sistema di variazioni e dissimmetrie. Il quartiere di Via Cavedone, su cui Gorio e gli altri progettisti continuarono a lavorare per parecchi anni, era anche integrato con importanti attrezzature urbane. Alludeva quindi, a una problematica di “dimensione urbana” che stava, di fatto, consolidandosi in Europa, riguardo sia alle nuove espansioni sia alle ristrutturazioni di centri antichi e che dalla fine degli anni ’50, avrebbe avuto un peso determinante nel dibattito italiano, assorbendo anche la precedente tesi di Ernesto Nathan Rogers sulle preesistenze ambientali. Per Gorio, l’occasione più singolare al proposito era stata, prima ancora del progetto per Bologna, la ristrutturazione della “casa del Maresciallo”, a Roma (1954-57): non solo un problema di architettura d’interni, ma anche di connotazione urbana. Infatti dopo i lavori di piano regolatore, la casa era incongruamente assurta a pietra angolare di un signorile e verdeggiante crocicchio, ai Parioli. Con la naturalezza di un organismo in sintonia con l’ambiente, la casa rinnovata oppone la sua pacata gestualità all’ordinario contesto circostante di villini e palazzine, esponendo pienamente l’impianto a piani sfalsati dei suoi ambienti. La ricerca di Gorio si rifece spesso, negli anni ’60, a impianti architettonici già sperimentati nella precedente fase neorealista, specialmente per organismi residenziali. Al riguardo, il caso forse più caratteristico fu la riutilizzazione del sistema a blocchi sfalsati planimetricamente ed altimetricamente, incernierati da un unico gruppo scala. La ripresa avvenne per una serie di progetti, non molto noti, dei primi anni ‘60, elaborati con Marcello Vittorini, di cui il villino in Via Manassei, a Roma, si può considerare un prototipo. La sperimentazione più complessa di questo tipo di impianto avvenne però a L’Aquila, per un intervento di circa 40 alloggi, abbarbicato sul costone roccioso fra il Viale 20 Settembre, a valle, e il Viale Duca degli Abruzzi, a monte, entro il circuito delle antiche mura medioevali. Si trattava di un signorile intervento privato, in un’area ad elevato valore paesaggistico, sviluppata su un dislivello di circa 14 m., affacciata completamente a sud-ovest, sulla valle dell’Aterno, dirimpetto al Monte Luco. Dopo un attento studio del profilo urbano lungo quel versante sud, fu deciso un intervento di ricucitura, ma più in contrasto che in continuità immediata con l’intorno costruito; un intervento aderente, in modo non mimetico, alla natura del luogo. Fu assecondato così l’andamento digradante dell’area, inserendo i corpi di fabbrica a quote diverse e in modo che, fra di essi, fosse possibile lo sviluppo di lingue di verde. I corpi di fabbrica erano due, conformati sulla base del tipo edilizio di Via Manassei: uno era formato da quattro nuclei concatenati e sfalsati sia in pianta sia in alzato; un altro, più piccolo, era articolato in tre blocchi impostati a quote diverse, intorno a un vano scala. A valle, il complesso produce un effetto ”cascata”, mentre a monte si affaccia con un insieme di bassi muri. Questa architettura aquilana dà la misura del livello di approfondimento e di spessore del percorso post-neorealistico di Gorio, fino ai primi anni’60. Il lessico, la grammatica e la sintassi che la articolano, il leggero pathos che la pervade restituiscono nell’insieme un’organicità stilizzata, intrisa di “complessità e contraddizione”.

Federico Gorio: dalle architetture del borgo alle architetture della città, 1949-1961

ROTONDI, SERGIO
2006

Abstract

In Italia, un risvolto determinante della concitata e alacre temperie architettonica degli anni ’50 fu sicuramente il superamento della via neorealista, che ebbe effetti particolarmente rilevanti a Roma. La vicenda è ben messa a fuoco dai percorsi degli architetti (Ridolfi, Quaroni, Gorio, Valori, Lugli, Aymonino) che nel 1950, in gruppo, avevano dato luogo al quartiere Tiburtino: la più complessa fra le operazioni neorealiste e anche una delle più criticate. Alcuni di questi percorsi (Ridolfi, Quaroni, Aymonino) sono stati studiati in profondità, altri sono rimasti più nell’ombra; in particolare della vicenda progettuale di Federico Gorio non è stato mai illuminato il valore di sviluppo coerente, di conchiusa risposta alle antinomiche problematiche architettoniche della seconda metà del decennio: razionalismo-empirismo; storia-industria, quartiere-città. Gorio, attraverso gli scritti e i progetti, fu il più rigoroso critico dell’esperienza neorealista, che per lui aveva significato non un fatto estetico ma un impegno morale ed esistenziale. La presa di coscienza di quanto quella esperienza di “autenticità” avesse sostanzialmente fallito l’obiettivo sociale e di quanto fosse stata frutto di un «paradossale atteggiamento bucolico» fu, per Gorio, netta e determinante, incidendo fortemente sul suo approccio all’architettura. Lo spessore e la complessità di questa svolta sono mostrati compiutamente dal complesso residenziale Ina-casa di via Cavedone a Bologna un progetto iniziato nel 1956, che Gorio elaborò, come capogruppo, insieme con altri architetti e ingegneri fra cui Marcello Vittorini, da allora suo socio di studio per circa otto anni. A strutturare il nuovo intervento non erano i tipi di organismi allora prevalentemente utilizzati: aperti e alquanto articolati; erano, invece, delle classiche corti chiuse, utilizzate anche, nello stesso periodo, da Ludovico Quaroni, per il quartiere S. Giusto a Prato. Nelle corti di Via Cavedone, soluzioni tipologiche, costruttive e di finitura restituiscono un originale portato morfologico: la vibrazione della superficie muraria, attraverso una serie di pilastri- lesene che restituisce il regime modulare dei diversi tagli di alloggi. Tale soluzione insieme con la distribuzione delle finestre, delle logge e dei portici, caratterizza l’impaginato generale come sistema di variazioni e dissimmetrie. Il quartiere di Via Cavedone, su cui Gorio e gli altri progettisti continuarono a lavorare per parecchi anni, era anche integrato con importanti attrezzature urbane. Alludeva quindi, a una problematica di “dimensione urbana” che stava, di fatto, consolidandosi in Europa, riguardo sia alle nuove espansioni sia alle ristrutturazioni di centri antichi e che dalla fine degli anni ’50, avrebbe avuto un peso determinante nel dibattito italiano, assorbendo anche la precedente tesi di Ernesto Nathan Rogers sulle preesistenze ambientali. Per Gorio, l’occasione più singolare al proposito era stata, prima ancora del progetto per Bologna, la ristrutturazione della “casa del Maresciallo”, a Roma (1954-57): non solo un problema di architettura d’interni, ma anche di connotazione urbana. Infatti dopo i lavori di piano regolatore, la casa era incongruamente assurta a pietra angolare di un signorile e verdeggiante crocicchio, ai Parioli. Con la naturalezza di un organismo in sintonia con l’ambiente, la casa rinnovata oppone la sua pacata gestualità all’ordinario contesto circostante di villini e palazzine, esponendo pienamente l’impianto a piani sfalsati dei suoi ambienti. La ricerca di Gorio si rifece spesso, negli anni ’60, a impianti architettonici già sperimentati nella precedente fase neorealista, specialmente per organismi residenziali. Al riguardo, il caso forse più caratteristico fu la riutilizzazione del sistema a blocchi sfalsati planimetricamente ed altimetricamente, incernierati da un unico gruppo scala. La ripresa avvenne per una serie di progetti, non molto noti, dei primi anni ‘60, elaborati con Marcello Vittorini, di cui il villino in Via Manassei, a Roma, si può considerare un prototipo. La sperimentazione più complessa di questo tipo di impianto avvenne però a L’Aquila, per un intervento di circa 40 alloggi, abbarbicato sul costone roccioso fra il Viale 20 Settembre, a valle, e il Viale Duca degli Abruzzi, a monte, entro il circuito delle antiche mura medioevali. Si trattava di un signorile intervento privato, in un’area ad elevato valore paesaggistico, sviluppata su un dislivello di circa 14 m., affacciata completamente a sud-ovest, sulla valle dell’Aterno, dirimpetto al Monte Luco. Dopo un attento studio del profilo urbano lungo quel versante sud, fu deciso un intervento di ricucitura, ma più in contrasto che in continuità immediata con l’intorno costruito; un intervento aderente, in modo non mimetico, alla natura del luogo. Fu assecondato così l’andamento digradante dell’area, inserendo i corpi di fabbrica a quote diverse e in modo che, fra di essi, fosse possibile lo sviluppo di lingue di verde. I corpi di fabbrica erano due, conformati sulla base del tipo edilizio di Via Manassei: uno era formato da quattro nuclei concatenati e sfalsati sia in pianta sia in alzato; un altro, più piccolo, era articolato in tre blocchi impostati a quote diverse, intorno a un vano scala. A valle, il complesso produce un effetto ”cascata”, mentre a monte si affaccia con un insieme di bassi muri. Questa architettura aquilana dà la misura del livello di approfondimento e di spessore del percorso post-neorealistico di Gorio, fino ai primi anni’60. Il lessico, la grammatica e la sintassi che la articolano, il leggero pathos che la pervade restituiscono nell’insieme un’organicità stilizzata, intrisa di “complessità e contraddizione”.
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