Il passo plotiniano antignostico di Enn. II 9 (cap. 15, 4-20) ci appare più comprensibile e meglio contestualizzato se letto alla luce di testi paralleli di autori di poco anteriori a Plotino e provenienti da varie scuole: platonica, peripatetica e cristiana. Infatti anche nei platonici Attico e Celso, nel peripatetico Alessandro di Afrodisia e nel cristiano Ippolito di Roma, si ritrovano tutti o alcuni dei motivi che Plotino esprime in quel passo polemico contro gli gnostici romani che frequentavano i suoi corsi a Roma (Enn. II 9, cap. 15, 4-20), ovvero il paragone con Epicuro in funzione denigrante, il nesso tra assenza di una provvidenza divina e scelta umana per il piacere a scapito della virtù. In particolarere però gli Gnostici (e i cristiani in generale) appaiono portatori di un’idea particolarmente aberrante della provvidenza che, senza trovare precedenti nella filosofia greca, aveva piuttosto una matrice ebraica e scritturale. L’idea infatti di Israele come popolo eletto particolarmente curato dalla divinità era uno dei caratteri salienti della storia della salvezza quale descritta da quell’insieme di libri sacri ebraici, poi ribattezzato da parte cristiana come Antico testamento. Celso prima e Plotino poi mostrano di provare un particolare disagio di fronte a questo nuovo fenomeno e, per essi, è inevitabile un confronto delle nuove posizioni con quelle ad essi familiari della filosofia greca. In tale prospettiva Celso afferma che Ebrei e cristiani, per quel poco che possono sostenere di sensato, non hanno fatto altro che plagiare (e al tempo stesso stravolgere) quanto detto da altri popoli o dai filosofi greci, in particolare da Platone. Plotino invece li assimila, con la tecnica del “rincaro”, al peggiore filosofo greco pagano, ovvero Epicuro. Ormai tra il II e il III sec. d. C. a Roma, come nel resto del bacino del Mediterraneo, lo scontro e, al tempo stesso, l’intreccio tra posizioni cristiane (sia quelle che poi risulteranno ortodosse sia quelle eretiche) e filosofia greca pagana saranno sempre più frequenti e sostanziali, e in particolare quel platonismo che in Celso e in Plotino (come poi in Porfirio, Giuliano e Proclo) fa ancora da baluardo contro l’ascesa del cristianesimo si trasformerà nell’arma filosofico-culturale più efficae nelle mani degli autori cristiani, come è evidente proprio nel caso di Eusebio di Cesarea, che unico ci ha trasmesso dei passi di Attico (tra cui il fr. 3 da noi largamente citato), visto come concorde con Mosè e Platone, quell’Attico altrimenti isolato o criticato nell’ambito del platonismo pagano tardoantico, in particolare da Proclo.

La maschera di Epicuro sul volto dell’avversario in tema di provvidenza e piacere nello scritto di Plotino, Contro gli Gnostici: alcuni paralleli con Celso, Attico, Alessandro di Afrodisia e Ippolito di Roma, in Formen und Nebenformen des Platonismus in der Spätantike, Helmut Seng, Luciana Gabriela Soares Santoprete, Chiara Ombretta Tommasi (dir.), Heidelberg, Universitätsverlag Winter, « Bibliotheca Chaldaica 6 », 2016, p. 81-108.

LONGO, ANGELA
2016-01-01

Abstract

Il passo plotiniano antignostico di Enn. II 9 (cap. 15, 4-20) ci appare più comprensibile e meglio contestualizzato se letto alla luce di testi paralleli di autori di poco anteriori a Plotino e provenienti da varie scuole: platonica, peripatetica e cristiana. Infatti anche nei platonici Attico e Celso, nel peripatetico Alessandro di Afrodisia e nel cristiano Ippolito di Roma, si ritrovano tutti o alcuni dei motivi che Plotino esprime in quel passo polemico contro gli gnostici romani che frequentavano i suoi corsi a Roma (Enn. II 9, cap. 15, 4-20), ovvero il paragone con Epicuro in funzione denigrante, il nesso tra assenza di una provvidenza divina e scelta umana per il piacere a scapito della virtù. In particolarere però gli Gnostici (e i cristiani in generale) appaiono portatori di un’idea particolarmente aberrante della provvidenza che, senza trovare precedenti nella filosofia greca, aveva piuttosto una matrice ebraica e scritturale. L’idea infatti di Israele come popolo eletto particolarmente curato dalla divinità era uno dei caratteri salienti della storia della salvezza quale descritta da quell’insieme di libri sacri ebraici, poi ribattezzato da parte cristiana come Antico testamento. Celso prima e Plotino poi mostrano di provare un particolare disagio di fronte a questo nuovo fenomeno e, per essi, è inevitabile un confronto delle nuove posizioni con quelle ad essi familiari della filosofia greca. In tale prospettiva Celso afferma che Ebrei e cristiani, per quel poco che possono sostenere di sensato, non hanno fatto altro che plagiare (e al tempo stesso stravolgere) quanto detto da altri popoli o dai filosofi greci, in particolare da Platone. Plotino invece li assimila, con la tecnica del “rincaro”, al peggiore filosofo greco pagano, ovvero Epicuro. Ormai tra il II e il III sec. d. C. a Roma, come nel resto del bacino del Mediterraneo, lo scontro e, al tempo stesso, l’intreccio tra posizioni cristiane (sia quelle che poi risulteranno ortodosse sia quelle eretiche) e filosofia greca pagana saranno sempre più frequenti e sostanziali, e in particolare quel platonismo che in Celso e in Plotino (come poi in Porfirio, Giuliano e Proclo) fa ancora da baluardo contro l’ascesa del cristianesimo si trasformerà nell’arma filosofico-culturale più efficae nelle mani degli autori cristiani, come è evidente proprio nel caso di Eusebio di Cesarea, che unico ci ha trasmesso dei passi di Attico (tra cui il fr. 3 da noi largamente citato), visto come concorde con Mosè e Platone, quell’Attico altrimenti isolato o criticato nell’ambito del platonismo pagano tardoantico, in particolare da Proclo.
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