Il contributo riguarda il progetto di paesaggio nel contesto della Valle Tritana, in Abruzzo. La lettura del paesaggio, dei suoi elementi costitutivi: il cielo, la sua luce, la vegetazione, campi, le architetture, quando si viaggia o si vede un quadro, una foto o un film, avviene attraverso una istintiva ricerca di una logica interna che ne (ri)costruisca le relazioni visive, materiali e culturali. Ognuno cerca di riconoscere somiglianze e trovare coerenze con i paesaggi conosciuti, le proprie tradizioni e le proprie conoscenze materiali, culturali, disciplinari. Si crea così una relazione simpatetica tra il nuovo paesaggio che si guarda e si interroga e i propri paesaggi mentali. è questa la interpretazione del paesaggio come specchio. Ma se il paesaggio non guardato non “riflette” pertanto nessuna idea di paesaggio, non per questo non esiste, esso si trasforma, muta, spesso sino a pervenire a forme caotiche di entropia, proprio quando non viene guardato, coltivato, curato. In questo senso tutti i paesaggi “guardati” divengono il paesaggio delle sensibilità personali, tutte diverse, ma tendenti al paesaggio universalmente definito tra i limiti del sublime e dell’orrido. Questa riflessione pone però in evidenza il pericolo che la trasformazione dei paesaggi tenda ad una progressiva omologazione verso le contemporanee categorie globalizzanti del bello, soprattutto in relazione alla fruizione nei termini turistici di merce, come di contro avviene con la museificazione dei luoghi che tende alla mercificazione del sublime e dell’orrido, nella loro accezione estetica derivata dal Romanticismo delle rovine e della natura. Guardare un paesaggio reale non è quindi mai una attività “neutrale”, ma guardare comporta sempre una interpretazione e spesso anche inconsapevolmente un progetto. Questi “progetti” definiscono un ulteriore tipo di paesaggio una “visione” del paesaggio che è alla base di quella trasformazione continua, non pianificata che modifica quotidianamente il paesaggio attraverso l’uso che ognuno fa del territorio: Paesaggio specchio, interno e riflessivo o Paesaggio merce omologante ed entropico, Paesaggio identitario stabile nei segni storici della antropizzazione o Paesaggio mutevole progetto della contemporaneità. L’azione distratta, rilassante spesso appagante del guardare fuori dal finestrino dell’auto, diviene così l’incipit di altre attività, conoscitive, proiettive, identitarie, ma anche attività di condivisione e di progetto. Questo breve saggio tende a fornire per la valle del Tirino gli elementi interpretativi (della morfologia, delle storie, delle dominanti identitarie) ma anche dei modi, che devono connotare nei termini di condivisione di una vision, la coerenza dei progetti di vita degli attuali abitanti, progetti tutti legittimi, tutti necessari, ma che devono essere consapevoli delle ragioni del Paesaggio e con esso di quelle dell’Ambiente e del Territorio.

La Valle del Tirino. La continuità nel progetto del paesaggio

PROPERZI, Pierluigi;DI LUDOVICO, DONATO
2015-01-01

Abstract

Il contributo riguarda il progetto di paesaggio nel contesto della Valle Tritana, in Abruzzo. La lettura del paesaggio, dei suoi elementi costitutivi: il cielo, la sua luce, la vegetazione, campi, le architetture, quando si viaggia o si vede un quadro, una foto o un film, avviene attraverso una istintiva ricerca di una logica interna che ne (ri)costruisca le relazioni visive, materiali e culturali. Ognuno cerca di riconoscere somiglianze e trovare coerenze con i paesaggi conosciuti, le proprie tradizioni e le proprie conoscenze materiali, culturali, disciplinari. Si crea così una relazione simpatetica tra il nuovo paesaggio che si guarda e si interroga e i propri paesaggi mentali. è questa la interpretazione del paesaggio come specchio. Ma se il paesaggio non guardato non “riflette” pertanto nessuna idea di paesaggio, non per questo non esiste, esso si trasforma, muta, spesso sino a pervenire a forme caotiche di entropia, proprio quando non viene guardato, coltivato, curato. In questo senso tutti i paesaggi “guardati” divengono il paesaggio delle sensibilità personali, tutte diverse, ma tendenti al paesaggio universalmente definito tra i limiti del sublime e dell’orrido. Questa riflessione pone però in evidenza il pericolo che la trasformazione dei paesaggi tenda ad una progressiva omologazione verso le contemporanee categorie globalizzanti del bello, soprattutto in relazione alla fruizione nei termini turistici di merce, come di contro avviene con la museificazione dei luoghi che tende alla mercificazione del sublime e dell’orrido, nella loro accezione estetica derivata dal Romanticismo delle rovine e della natura. Guardare un paesaggio reale non è quindi mai una attività “neutrale”, ma guardare comporta sempre una interpretazione e spesso anche inconsapevolmente un progetto. Questi “progetti” definiscono un ulteriore tipo di paesaggio una “visione” del paesaggio che è alla base di quella trasformazione continua, non pianificata che modifica quotidianamente il paesaggio attraverso l’uso che ognuno fa del territorio: Paesaggio specchio, interno e riflessivo o Paesaggio merce omologante ed entropico, Paesaggio identitario stabile nei segni storici della antropizzazione o Paesaggio mutevole progetto della contemporaneità. L’azione distratta, rilassante spesso appagante del guardare fuori dal finestrino dell’auto, diviene così l’incipit di altre attività, conoscitive, proiettive, identitarie, ma anche attività di condivisione e di progetto. Questo breve saggio tende a fornire per la valle del Tirino gli elementi interpretativi (della morfologia, delle storie, delle dominanti identitarie) ma anche dei modi, che devono connotare nei termini di condivisione di una vision, la coerenza dei progetti di vita degli attuali abitanti, progetti tutti legittimi, tutti necessari, ma che devono essere consapevoli delle ragioni del Paesaggio e con esso di quelle dell’Ambiente e del Territorio.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11697/108063
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