Questo saggio si occupa delle relazioni tra società italiana e mondi “zingari”, fra la collettività maggioritaria dei gagé e quella minoritaria delle comunità girovaghe. L’attenzione è rivolta a come ampie fasce della popolazione italiana pensano irriflessivamente e trattano operativamente, sotto il profilo culturale e dell’organizzazione territoriale, i gruppi rom e sinti. In particolare, si focalizza l’osservazione sulla situazione dei campi nomadi a Milano, come esempio significativo dei modi con cui il “problema zingari” viene affrontato, anche nel più ampio contesto nazionale, sul piano politico-amministrativo e, più precisamente, sotto il profilo dell’organizzazione spaziale coniugata alla funzione abitativa. Il nostro punto di vista non è neutro perché osserviamo un sistema di relazioni che ci chiama in causa, così come lo sguardo che proiettiamo sulla questione non è innocente poiché sia le modalità sia la materia del discorso dipendono dalla posizione sociale da noi occupata come locutori la cui parola concentra un “capitale simbolico” che siamo autorizzati a trasmettere. Zingari, nomadi: nelle situazioni di tutti i giorni e nella terminologia corrente li riconosciamo così. Ma nominarli in un certo modo anche come soggetti di studio è un atto di istituzione linguistica socialmente fondato: attraverso quelle espressioni, come membri di un gruppo predominante numericamente ed egemone sotto ogni altro profilo (i non zingari), noi parliamo di una minoranza suggerendole implicitamente di comportarsi secondo l’essenza sociale che noi stessi gli assegniamo. Contribuiamo dunque a imporre una visione, più o meno autorizzata, di un insieme di comunità tra loro anche molto diverse, favorendo una specifica costruzione simbolica di quella realtà collettiva.

Senza luogo: rom, sinti e società italiana

GAFFURI, LUIGI
2005-01-01

Abstract

Questo saggio si occupa delle relazioni tra società italiana e mondi “zingari”, fra la collettività maggioritaria dei gagé e quella minoritaria delle comunità girovaghe. L’attenzione è rivolta a come ampie fasce della popolazione italiana pensano irriflessivamente e trattano operativamente, sotto il profilo culturale e dell’organizzazione territoriale, i gruppi rom e sinti. In particolare, si focalizza l’osservazione sulla situazione dei campi nomadi a Milano, come esempio significativo dei modi con cui il “problema zingari” viene affrontato, anche nel più ampio contesto nazionale, sul piano politico-amministrativo e, più precisamente, sotto il profilo dell’organizzazione spaziale coniugata alla funzione abitativa. Il nostro punto di vista non è neutro perché osserviamo un sistema di relazioni che ci chiama in causa, così come lo sguardo che proiettiamo sulla questione non è innocente poiché sia le modalità sia la materia del discorso dipendono dalla posizione sociale da noi occupata come locutori la cui parola concentra un “capitale simbolico” che siamo autorizzati a trasmettere. Zingari, nomadi: nelle situazioni di tutti i giorni e nella terminologia corrente li riconosciamo così. Ma nominarli in un certo modo anche come soggetti di studio è un atto di istituzione linguistica socialmente fondato: attraverso quelle espressioni, come membri di un gruppo predominante numericamente ed egemone sotto ogni altro profilo (i non zingari), noi parliamo di una minoranza suggerendole implicitamente di comportarsi secondo l’essenza sociale che noi stessi gli assegniamo. Contribuiamo dunque a imporre una visione, più o meno autorizzata, di un insieme di comunità tra loro anche molto diverse, favorendo una specifica costruzione simbolica di quella realtà collettiva.
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